L'uomo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra che c'è in lui qualche cosa per cui "vale la pena di...", qualche cosa che richiede attenzione. Oppone all'ordine che l'opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere. Insieme alla ripulsa rispetto all'intruso, esiste in ogni rivolta un'adesione intera e istantanea dell'uomo a una certa parte di sé. Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c'è nell'uomo qualcosa con cui l'uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione, fin qui, non era realmente sentita. Tutte le concussioni anteriori al moto d'insurrezione, lo schiavo le sopportava. Un moto di rivolta non è nella sua essenza un moto egoista, e non nasce soltanto e necessariamente nell'oppresso, ma può, nascere anche dallo spettacolo dell'oppressione di cui è vittima un altro. La rivolta si distanzia dall'intossicazione del risentimento, non porta alla chiusura e la stagnazione, ma ad un sentimento attivo d'essere che aiuta a traboccare. La rivolta è un sentimento furioso, distante dal realismo del risentimento che punta ad essere ciò che non si è, l'uomo in rivolta rifiuta di lasciarsi toccare in quello che in se stesso trova più importante. [Camus, L'uomo in rivolta]
giovedì 9 luglio 2015
lunedì 20 aprile 2015
La perdita della realtà: nevrosi, psicosi e feticismo.
In “Nevrosi e Psicosi” (1923) Freud le aveva
distinte in base alla direzione del movimento dell'Io, nel
primo caso è un imporsi sull'Es e a farla da padrone sono gli accadimento
reali, nel secondo caso è un ritrarsi dalla realtà sotto il dominio dei moti
pulsionali.
In
particolar modo affermava come nelle nevrosi
di traslazione il sintomo (rappresentanza sostitutiva che si impone all’Io
a mezzo di compromesso) si sviluppa a partire dal fallimento della rimozione di
un impulso inconscio che l'Io non è né in grado di favorire né di reprimere. La lotta evitata contro l’impulso negato è così portata avanti
contro il sintomo che minaccia il sentimento di unità dell’Io. Freud afferma come l’Io in questo moto abbia seguito i dettami del Super-Io che a sua
volta si è piegato agli influssi del mondo reale. In particolar modo vengono
rintracciate due forme di influenza del reale sull’Io, il primo è rappresentato
dalle percezioni attuali che possono rinnovarsi continuamente, il secondo da
quel patrimonio mnestico di percezioni precedenti che vanno a costituire quello
che viene definito “mondo interiore”.
Freud identifica una similitudine tra i processi che portano alla psicosi e quelli che portano al sogno, in particolar modo il crearsi un nuovo mondo esterno e il venir meno dell'investimento del mondo interno a favore dei desideri dell’Es. In tutto questo il delirio viene descritto come “una specie di rammendo, laddove in origine si si era prodotta una lacerazione nel rapporto con l’Io e il mondo esterno”. Ma sia nella psicosi che nella nevrosi all'origine della patologia viene rintracciata la frustrazione di uno degli invincibili desideri della vita infantile. Tale frustrazione può derivare dall'esterno o dall’istanza interna che si è assunta l’onere di rappresentare le pretese della realtà: il super-io. Tale istanza tende ad unificare in sé influssi provenienti dall’Es e impulsi provenienti dal mondo esterno andando a rappresentare quella sorta di modello ideale al quale l’Io tende con tutte le sue forze.
Freud identifica una similitudine tra i processi che portano alla psicosi e quelli che portano al sogno, in particolar modo il crearsi un nuovo mondo esterno e il venir meno dell'investimento del mondo interno a favore dei desideri dell’Es. In tutto questo il delirio viene descritto come “una specie di rammendo, laddove in origine si si era prodotta una lacerazione nel rapporto con l’Io e il mondo esterno”. Ma sia nella psicosi che nella nevrosi all'origine della patologia viene rintracciata la frustrazione di uno degli invincibili desideri della vita infantile. Tale frustrazione può derivare dall'esterno o dall’istanza interna che si è assunta l’onere di rappresentare le pretese della realtà: il super-io. Tale istanza tende ad unificare in sé influssi provenienti dall’Es e impulsi provenienti dal mondo esterno andando a rappresentare quella sorta di modello ideale al quale l’Io tende con tutte le sue forze.
Freud
in queste pagine afferma dell’esistenza di un terzo tipo di conflitto, tra Io e
Super-Io che rintraccia alla base della melanconia o in generale delle “psiconevrosi
narcisistiche”.
In “La perdita della realtà nella psicosi e
nella nevrosi” (1924) ciò che vuole approfondire, partendo dalla
constatazione che in entrambe le condizioni il rapporto con la realtà viene
compromesso, è l'effetto sulla rappresentazione della realtà da parte del
soggetto in un caso e nell'altro.
Nella
nevrosi tale rapporto viene mantenuto integro nella prima parte del processo,
quando questo, non ancora patologico, reprime un moto pulsionale. La
compromissione con la realtà avviene invece quando si avviano quei processi che
mirano a soddisfare, almeno in parte tale moto pulsionale. Il fallimento della
rimozione che ne consegue porta quindi a quell'allentamento del rapporto con la
realtà che rimane però focalizzato su quel frammento della realtà adiacente
alle richieste della rimozione pulsionale effettuata.
Freud
riprende l'esempio dell'analisi della Signorina Elisabeth von R. che abbiamo
trattato qualche seminario fa. In questo caso a seguito, alla morte della
sorella della rimozione del desiderio di sposarsi con il cognato alla morte
della sorella, Elisabeth aveva prodotto un'amnesia sulla scena e conseguentemente
prodotto i sintomi di natura isterica.
Nel
processo di formazione della psicosi troviamo anche qui due stadi, nel primo
l'Io cerca di svincolarsi dalla realtà, ma anche nel secondo perpetua questo
tentativo attraverso la creazione di una realtà nuova e diversa priva degli
impedimenti della realtà che era stata abbandonata.
Nevrosi
e psicosi condividono quindi entrambe espressione del tentativo di ribellione
dell'Es come anche della sua incapacità di adattarsi alla realtà (necessità),
ciò che le distingue è la prima fase della loro genesi che nella nevrosi porta
ad un allentamento del rapporto con essa attraverso la fuga, nella psicosi ad
una ricostruzione di un realtà nuova.
Freud
considera come sano un comportamento intermedio, che non si limita alla fuga,
ma porti alla modificazione della realtà, ma non attraverso il delirio e
l'allucinazione, ma attraverso l'azione e il comportamento (passando da una
modificazione autoplastica, interna ad alloplastica, ossia manipolazione
dell'esterno).
Freud
passa poi alla descrizione dei processi attraverso i quali si ricostruisce la
realtà nella psicosi, spiegando come il rimodellamento della realtà riguarda le
tracce mnestiche, le rappresentazioni e le valutazioni sulla realtà stessa che
la psicosi si procura attraverso paramnesie, formazioni deliranti e
allucinazioni in modo tale da far corrispondere la realtà esterna con quella
che il soggetto si è creato. Tale processo però non è privo di angoscia
derivante dal fatto che questo avviene contro delle forze che gli si oppongono
strenuamente. Questo avviene per processi similari a quelli nevrotici, lì dove
il moto pulsionale trabocca e le difese vacillano, generando sofferenza, qui
parte della realtà che è stata rigettata torna a riproporsi nella vita psichica
del soggetto.
Avviandosi alla conclusione Freud individua ulteriori similitudini tra nevrosi e psicosi. In particolar modo che è il secondo stadio a fallire non riuscendo la pulsione a trovare un sostituto vero e proprio. Ma nella psicosi entrambi i moti sono patologici, nella nevrosi il primo non lo è, anzi, essendo qualcosa di comune nella vita quotidiana.
Le
differenze riscontrate secondo Freud derivano da una disparità a livello
topico, ossia dal rinunciare in un conflitto all'attaccamento al mondo reale o
alla propria dipendenza dall'Es, questo porta al fatto che nella nevrosi ci si
accontenta di schivare la realtà. Un punto di unione è rappresentato invece
dalla fantasia attraverso la quale il soggetto può vivere in un mondo più
consono ai propri desideri. Questo mondo parallelo, solo parzialmente
accessibile all'io e distinto dal mondo realtà con l'instaurarsi del principio
di realtà rappresenta la fucina attraverso la quale il soggetto nevrotico può
trovare soddisfazioni ai suoi desideri.
Nella
psicosi tale mondo svolge il medesimo ruolo rappresentando lo scrigno dal quale
viene attinto il materiale per il rimodellamento radicale della realtà, nella
nevrosi invece, questo materiale si appoggia alla realtà, tranne che per quel
segmento dal quale si vuole difendere, conferendo ad essa un particolare
significato o senso segreto o simbolico.
Differenze
|
Nevrosi
|
Psicosi
|
Rapporto Io
/Es/Realtà
|
Realtà>Io>Es
|
Es>Io>Realtà
|
L'effetto sulla
rappresentazione della realtà
|
Mantenuto integro
nella prima parte del processo
|
Tentativo
di svincolarsi dalla realtà in entrambe le fasi del processo.
|
Manipolazione della
realtà
|
allentamento
del rapporto con essa attraverso la fuga
|
Ricostruzione
realtà attraverso deliri e
allucinazioni.
|
Angoscia
|
Causata
dal ritorno dell'Es
|
Causata
dall'imporsi della realtà
|
Processi patologici
|
Solo
nel secondo stadio
|
In
entrambi gli stati
|
Somiglianze
|
||
Sono entrambe
un'espressione del tentativo di ribellione dell'Es.
Sono entrambe
derivanti dall'incapacità dell'Es di adattarsi alla realtà.
L'angoscia deriva
dal fallimento del sistema difensivo.
La fantasia è
l'origine del materiale per la soddifazione del desiderio.
|
||
Freud anche nel suo testo Feticismo (1927) affronta la questione del rapporto con la realtà. Con questo termine si riferisce alla condizione di certe persone "la cui scelta oggettuale era dominata da un feticcio, [...] riconosciuto da coloro che ne dipendono come qualcosa di anomalo, [...] per il quale si dichiarano pienamente soddisfatte o addirittura mostrano apprezzare le facilitazioni che esso procura alla loro vita amorosa." In particolare per Freud il feticcio è il sostituto
del pene, e in particolare un pene che nell'infanzia ha avuto una grande importanza, al quale nella normalità vi si rinuncia mentre in questo caso viene salvaguardato: il pene della donna (madre).
Nel feticismo vi è il rifiuto di un dato
sensoriale, ossia che la donna non ha un pene, questo perché è' stato impossibile
per il soggetto feticista accettare tale percezione, associata ad una possibilità intollerabile, quella della possibile evirazione della donna. Tale possibilità è insostenibile per il soggetto feticista in quanto comporta che
lui stesso possa incorrere nello medesimo destino.
Alla base di tale misconoscimento Freud rintraccia
nuovamente la rimozione, intervenuta nel conflitto tra l'importanza
della percezione sensoriale indesiderata e la forza del
controdesiderio. Tra queste due spinte viene raggiunto un compromesso
possibile solo grazie alle leggi inconsce dominate dai processi
primari. Qualcosa è stato eletto al suo posto, ereditandone
l'interesse, ulteriormente reso straordinario perché intriso
dell'orrore per l'evirazione, a questo risultato rimane parallelo lo
“stigma indelebile” dell'avvenuta rimozione: un certo senso di
estraneità per i genitali femminili che ai feticisti non manca mai. Il feticcio, così
ottenuto, rappresenta il trionfo contro la minaccia dell'evirazione
ed evita al feticista di divenire omosessuale attribuendo una
caratteristica alla donna che la rende tollerabile come oggetto
sessuale.
L'instaurarsi del
feticcio sembra legato a processi similari l'amnesia traumatica:
l'ultima impressione prima della scoperta traumatica (che la donna è
priva di pene) è quella che verrà eletta a feticcio, ecco
l'elezione di piedi e scarpe, spesso l'ultima immagine impressa nella memoria prima della
scoperta del genitale femminile, così come i capi di biancheria
intima che fissano l'attimo della spoliazione, l'ultimo in cui si
poteva credere ancora alla donna fallica.
Il feticismo inizialmente appariva a Freud come una disconferma di quanto scritto precedentemente sulla perdita della realtà nella psicosi e nella nevrosi. Infatti anche in questo caso un aspetto significativo della realtà viene rinnegato dall'io (l'evirazione della donna), ma non si sviluppa una psicosi. Questo avviene perché solo una corrente della vita psichica del soggetto non accetta il dato reale: un'altra se ne rende conto perfettamente, manifestando la coesistenza di un atteggiamento consono alla realtà e uno consono al desiderio. Tale scissione scrive Freud si evolve in una nevrosi ossessiva in cui l'esistenza del soggetto oscilla tra questi due atteggiamenti. Nella psicosi invece, tale coesistenza non è rintracciabile, e l'atteggiamento consono alla realtà è perduto.
Trasversale alla discussione sul rapporto tra nevrosi, psicosi, feticismo e realtà, vi è il meccanismo di scissione dell'io (Ichspaltung) che viene introdotto sia in Nevrosi e psicosi (1923) che in Feticismo (1927), delineato con precisione in: la scissione dell'io nel processo di difesa (1938) e ripreso nelle ultime pagine del Compendio di psicoanalisi (1938).
Tale fenomeno, come abbiamo visto poco prima, è conseguente un conflitto fra pretese pulsionali e obiezione della realtà, tra desiderio e possibilità di attuarlo. Al soggetto si apre così la strada di una repressione del desiderio, e in caso di ritorno del rimosso una soddisfazione a mezzo di compromesso, oppure attraverso la repressione della realtà, a prezzo del delirio e delle allucinazioni per ricucire lo strappo avvenuto.
Una terza via si apre però al soggetto: la possibilità che, con l'aiuto di determinati meccanismi, possa coesistere un rifiuto della realtà, non lasciandosi proibire nulla, con la sopravvivenza però del pericolo della realtà, che assunto su di sè, sotto forma di sintomo patologico, lascia la possibilità di soddisfare e reprimere al tempo stesso la pulsione, di adeguarsi e rifiutare nel medesimo momento la realtà.Tale obiettivo però è stato raggiunto a caro prezzo, ossia attraverso: "una lacerazione dell’Io che non si cicatrizzerà mai più, che anzi si approfondirà col passare del tempo. Le reazioni antitetiche al conflitto permarranno entrambe come nucleo di una scissione dell’Io." Quella che andrà perduta sarà la funzione sintetica dell'Io, tante volte data per scontata, ma che è in realtà suscettibile di tutta una serie di disturbi.
Il processo in atto nel feticismo, che mira a preservare il pene femminile, attraverso l'ausilio di un feticcio colpisce per il suo carattere di distogliemento della realtà, aspetto che avevamo visto essere tipico della psicosi, Il processo però non è totalmente identico, il soggetto infatti non ha smentito la propria percezione sensoriale allucinando un pene la dove non era visibile, ma ha: effettuato uno spostamento di valore trasferendo l'importanza del pene a un'altra parte del corpo, servendosi del meccanismo della regressione. Il prezzo è il sopravvivere della paura, al quale il soggetto fa fronte attraverso una sovraccompensazione di mascolinità, la paura di evirazione viene evitata attraverso una regressione alla fase orale, manifestandosi come terrore di essere ingoiato dal padre.
Il feticismo inizialmente appariva a Freud come una disconferma di quanto scritto precedentemente sulla perdita della realtà nella psicosi e nella nevrosi. Infatti anche in questo caso un aspetto significativo della realtà viene rinnegato dall'io (l'evirazione della donna), ma non si sviluppa una psicosi. Questo avviene perché solo una corrente della vita psichica del soggetto non accetta il dato reale: un'altra se ne rende conto perfettamente, manifestando la coesistenza di un atteggiamento consono alla realtà e uno consono al desiderio. Tale scissione scrive Freud si evolve in una nevrosi ossessiva in cui l'esistenza del soggetto oscilla tra questi due atteggiamenti. Nella psicosi invece, tale coesistenza non è rintracciabile, e l'atteggiamento consono alla realtà è perduto.
Trasversale alla discussione sul rapporto tra nevrosi, psicosi, feticismo e realtà, vi è il meccanismo di scissione dell'io (Ichspaltung) che viene introdotto sia in Nevrosi e psicosi (1923) che in Feticismo (1927), delineato con precisione in: la scissione dell'io nel processo di difesa (1938) e ripreso nelle ultime pagine del Compendio di psicoanalisi (1938).
Tale fenomeno, come abbiamo visto poco prima, è conseguente un conflitto fra pretese pulsionali e obiezione della realtà, tra desiderio e possibilità di attuarlo. Al soggetto si apre così la strada di una repressione del desiderio, e in caso di ritorno del rimosso una soddisfazione a mezzo di compromesso, oppure attraverso la repressione della realtà, a prezzo del delirio e delle allucinazioni per ricucire lo strappo avvenuto.
Una terza via si apre però al soggetto: la possibilità che, con l'aiuto di determinati meccanismi, possa coesistere un rifiuto della realtà, non lasciandosi proibire nulla, con la sopravvivenza però del pericolo della realtà, che assunto su di sè, sotto forma di sintomo patologico, lascia la possibilità di soddisfare e reprimere al tempo stesso la pulsione, di adeguarsi e rifiutare nel medesimo momento la realtà.Tale obiettivo però è stato raggiunto a caro prezzo, ossia attraverso: "una lacerazione dell’Io che non si cicatrizzerà mai più, che anzi si approfondirà col passare del tempo. Le reazioni antitetiche al conflitto permarranno entrambe come nucleo di una scissione dell’Io." Quella che andrà perduta sarà la funzione sintetica dell'Io, tante volte data per scontata, ma che è in realtà suscettibile di tutta una serie di disturbi.
Il processo in atto nel feticismo, che mira a preservare il pene femminile, attraverso l'ausilio di un feticcio colpisce per il suo carattere di distogliemento della realtà, aspetto che avevamo visto essere tipico della psicosi, Il processo però non è totalmente identico, il soggetto infatti non ha smentito la propria percezione sensoriale allucinando un pene la dove non era visibile, ma ha: effettuato uno spostamento di valore trasferendo l'importanza del pene a un'altra parte del corpo, servendosi del meccanismo della regressione. Il prezzo è il sopravvivere della paura, al quale il soggetto fa fronte attraverso una sovraccompensazione di mascolinità, la paura di evirazione viene evitata attraverso una regressione alla fase orale, manifestandosi come terrore di essere ingoiato dal padre.
sabato 18 aprile 2015
Linguaggio e giochi tossicomanici
Il tossicomane e il delinquente, entrambi fanno un uso falso del linguaggio (e non solo di esso). Offrono come terreno d'intesa, non senza contrattarne il prezzo, un linguaggio di gruppo che essi stessi sanno non esistere, nel senso che, se pure a volte viene usato, esso è finalizzato anche all'interno del gruppo all'evitamento della personalizzazione, della presentazione di se come persona. Offrono dunque un linguaggio che non vale una pipa di tabacco (o una fiutata di cocaina) e che si rivelerà invariabilmente una crosta vergognosa elaborata o affittata per non presentarsi e per esprimere contemporaneamente la propria incapacità di farlo.
Una seconda modalità di descrivere il medesimo fenomeno è il concetto di gioco tossico, che rappresenta una modalità comunicativa tipicamente osservata all'interno delle comunità terapeutiche e che si declina nel gioco del compiacere o della sfida, aspetti diversi ma che coincidono nello scopo di legittimare il non cambiamento, ovvero il mantenimento dell'identità costruita attraverso l'abuso di sostanze. Infatti il gioco del compiacere si alimenta attraverso racconti quali: "ho scelto di essere qui... sono qui per cambiare... cercherò di capire che cosa intendi tu per cambiamento per adeguarmi meglio alle tue richieste... ti farò credere che cambierò come tu ti aspetti che io cambi", viceversa, attraverso il gioco della sfida la persona veicola messaggi quali "non ho scelto di essere qui... non ho scelto di cambiare, tanto meno come tu vorresti che io cambiassi, sarai tu a cambiare per permettere a me di non cambiare". Poco importa che queste modalità discorsive siano la conseguenza di una funzione riflessiva deficitaria e di una profonda incapacità di nominare i propri stati emotivi, affetti, e desideri, e quindi di accedere, sempre che esista, ad una identità dalla quale differenziarsi, oppure che abbiano come scopo il sostenere un sé onnipotente, specchio di un lutto mai vissuto, ma che perpetua il bisogno di tenerezza e affetto che caratterizzano il personaggio tossicomane e delinquente. Tali modalità rappresentano l'empasse tipico che si incontra nel lavoro in comunità riabilitativa, che può essere fatto coincidere con la sensazione di trovarsi in cabina di pilotaggio con un pilota che delega completamente al co-pilota la guida del velivolo, senza condividere però l'itinerario e la meta da raggiungere, oppure nel pilota che ti vuole "far vedere come si fa" lasciandoti a margine o come esecutore della sua missione, con la forte sensazione che non finirà per nulla bene.
Tra questi due estremi, si situa quello che viene definito come gioco del co-cambiamento, che tende a veicolare il messaggio "io non ti dirò come tu devi cambiare, cambieremo insieme in base alla storia che ci siamo raccontati". In questa logica l'intervento comunitario non propone, ne prescrive alle persone il tipo di cambiamento da perseguire, ma nemmeno si lascia trasportare per deriva sulle regole o sulle richieste che i tossicomani propongono per cambiare l'identità del contesto. Tale modello di cambiamento non veicola un modello "forte" di uomo da realizzare, ma cambiano continuamente, accompagna la persona a costruire un proprio "modello personale" e ad attivare processi di cambiamento caratterizzati da una tensione a realizzarlo. Quindi la comunità affiancando la persona nel confrontarsi con i rischi della propria identità passata, con tutto il carico di sofferenza che il sentire porta con sé, per queste persone congenitamente poco inclini ad accettare quello che il corpo dice, cerca di costruire con la persona un'altra storia e le propone di attivare processi di cambiamento orientati a tale storia, che terrà conto dei bisogni e delle risorse personali. Il messaggio sotteso a questo tipo di intervento è "Io cambierò continuamente il mio modo di intervenire con te, agendo anche diversamente da come farò con altri, rispettando la storia che ci siamo raccontati e gli obiettivi che abbiamo condiviso, questo però richiederà a te di cambiare continuamente il tuo modo di agire con me, nello sforzo congiunto di avvicinarci il più possibile a ciò che abbiamo immaginato di realizzare insieme."
Una seconda modalità di descrivere il medesimo fenomeno è il concetto di gioco tossico, che rappresenta una modalità comunicativa tipicamente osservata all'interno delle comunità terapeutiche e che si declina nel gioco del compiacere o della sfida, aspetti diversi ma che coincidono nello scopo di legittimare il non cambiamento, ovvero il mantenimento dell'identità costruita attraverso l'abuso di sostanze. Infatti il gioco del compiacere si alimenta attraverso racconti quali: "ho scelto di essere qui... sono qui per cambiare... cercherò di capire che cosa intendi tu per cambiamento per adeguarmi meglio alle tue richieste... ti farò credere che cambierò come tu ti aspetti che io cambi", viceversa, attraverso il gioco della sfida la persona veicola messaggi quali "non ho scelto di essere qui... non ho scelto di cambiare, tanto meno come tu vorresti che io cambiassi, sarai tu a cambiare per permettere a me di non cambiare". Poco importa che queste modalità discorsive siano la conseguenza di una funzione riflessiva deficitaria e di una profonda incapacità di nominare i propri stati emotivi, affetti, e desideri, e quindi di accedere, sempre che esista, ad una identità dalla quale differenziarsi, oppure che abbiano come scopo il sostenere un sé onnipotente, specchio di un lutto mai vissuto, ma che perpetua il bisogno di tenerezza e affetto che caratterizzano il personaggio tossicomane e delinquente. Tali modalità rappresentano l'empasse tipico che si incontra nel lavoro in comunità riabilitativa, che può essere fatto coincidere con la sensazione di trovarsi in cabina di pilotaggio con un pilota che delega completamente al co-pilota la guida del velivolo, senza condividere però l'itinerario e la meta da raggiungere, oppure nel pilota che ti vuole "far vedere come si fa" lasciandoti a margine o come esecutore della sua missione, con la forte sensazione che non finirà per nulla bene.
Tra questi due estremi, si situa quello che viene definito come gioco del co-cambiamento, che tende a veicolare il messaggio "io non ti dirò come tu devi cambiare, cambieremo insieme in base alla storia che ci siamo raccontati". In questa logica l'intervento comunitario non propone, ne prescrive alle persone il tipo di cambiamento da perseguire, ma nemmeno si lascia trasportare per deriva sulle regole o sulle richieste che i tossicomani propongono per cambiare l'identità del contesto. Tale modello di cambiamento non veicola un modello "forte" di uomo da realizzare, ma cambiano continuamente, accompagna la persona a costruire un proprio "modello personale" e ad attivare processi di cambiamento caratterizzati da una tensione a realizzarlo. Quindi la comunità affiancando la persona nel confrontarsi con i rischi della propria identità passata, con tutto il carico di sofferenza che il sentire porta con sé, per queste persone congenitamente poco inclini ad accettare quello che il corpo dice, cerca di costruire con la persona un'altra storia e le propone di attivare processi di cambiamento orientati a tale storia, che terrà conto dei bisogni e delle risorse personali. Il messaggio sotteso a questo tipo di intervento è "Io cambierò continuamente il mio modo di intervenire con te, agendo anche diversamente da come farò con altri, rispettando la storia che ci siamo raccontati e gli obiettivi che abbiamo condiviso, questo però richiederà a te di cambiare continuamente il tuo modo di agire con me, nello sforzo congiunto di avvicinarci il più possibile a ciò che abbiamo immaginato di realizzare insieme."
Il Linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione
Il punto di partenza di
Ferenczi è la constatazione che la ripetizione quasi allucinatoria
di esperienze traumatiche in analisi e la conseguente abreazione di
ingenti quantità di affetti rimossi non hanno l'effetto di
allentarne la sovrastruttura e conseguente formazione di sintomi ma
che al contrario portano ad aumentare gli stati ansiosi e gli incubi
notturni e alla degenerazione della seduta d'analisi in un attacco
isterico.
Il contenuto di questi
attacchi consistevano in sfoghi di irritazione e di rabbia che
portarono Ferenczi a interrogarsi sulla fondatezza della sua tecnica.
A seguito di ciò afferma che i suoi pazienti anziché contraddire o
incolpare l'analista di passi falsi od errori si identificavano con
lui e che solo in stati isteroidi prossimi all'incoscienza potevano
permettersi di esprimere delle lagnanze. Fatti come questi impongono
all'analista di interrogarsi non soltanto sui fatti incresciosi del
passato ma anche sulle critiche violente espresse dal paziente nei
riguardi dell'analista. Solo un'analisi condotta “fino in fondo”,
e che ha portato a conoscenza di tutti i tratti sgradevoli esterni ed
interni del proprio carattere, permette di non farsi cogliere alla
sprovvista dai moti d'odio dei propri pazienti.
Tra i più importanti
empasse relazionali Ferenczi individua “l'ipocrisia del lavoro
professionale” che corrisponde alla promessa di ascoltare con
attenzione il paziente, di dedicargli il nostro interesse , di
metterlo a suo agio e di farlo progredire nonostante alcune sue
caratteristiche ci risultino insopportabili. Il suggerimento è di
abbandonare tale posizione, interrogando in se stessi cosa tanto
disturba del paziente e comunicarglielo, il venir meno di questa
insincerità nel rapporto ne aumenta la qualità “sciogliendo la
lingua” al paziente, facilitando la traduzione degli eventi
traumatici del passato in pensieri senza perdita di equilibrio
psichico ma al contrario innalzando tutto il livello della
personalità del paziente.
Dalla risoluzione di tale
intoppo di tecnica analitica segue la constatazione che il non
pronunciarsi su ciò che del paziente ci appare intollerabile è una
riproposizione dell'azione patogena infantile e una ripetizione del
trauma, e che al venir meno di questa ipocrisia professionale segue
una certa “fiducia che è quel certo non so che, grazie a cui si
delinea il contrasto tra il presente e l'intollerabile passato
traumatogeno, contrasto indispensabile, affinché il passato sia
rivissuto anziché come riproduzione allucinatoria come ricordo
oggettivo”. Tale fiducia ha permesso all'autore di accedere ad
un rapporto più intimo con i suoi pazienti e ad alcuni fatti che
sembrano confermare l'importanza del trauma, in particolar modo
sessuale, come agente patogeno.
In particolar modo
descrive come quanto avviato dal bambino come fantasia ma mantenuto
al livello della tenerezza viene scambiato dall'adulto con tendenze
patologiche come desideri di una persona sessualmente matura.
La reazione dei bambini è
“dominata dalla paura, dal sentirsi indifesi fisicamente e
moralmente, ammutoliti e privati dalla forza e dall'autorità degli
adulti di pensare. Questa paura li porta a sottomettersi alla volontà
dell'aggressore a indovinare tutti gli impulsi di desiderio e
dimentichi di sé, a seguire questi desideri identificandosi con
l'aggressore”. Con quella che si può chiamare come
introiezione dell'aggressore quest'ultimo scompare come realtà
esterna diventando un evento intrapsichico e come tale cade sotto al
dominio del processo primario e quindi trasformabile in allucinazioni
positive e negative. Nella vita psichica del bambino il mutamento più
importante è l'introiezione del senso di colpa dell'adulto che fa
apparire quanto considerato come un gioco innocente un'azione
colpevole.
Questo porta alla
sensazione di esser diviso in due, come colpevole e innocente nel
medesimo momento e sfiduciato nella possibilità di manifestare il
proprio pensiero. Il bambino diventa una creatura che obbedisce in
modo meccanico oppure ostinato, incapace di comprendere il motivo
della propria ostinazione. La sua vita sessuale rimane involuta o
assume forme perverse a cui possono seguire una nevrosi o una
psicosi: la personalità ancora debolmente sviluppata risponde al
dispiacere improvviso anziché con processi di difesa, con
l'identificazione con la paura e l'introiezione di colui che minaccia
e aggredisce.
Questo
permette di comprendere come mai certi pazienti rispondano con
dispiacere ad un torto subito, invece che con odio e processi di
difesa; questo avviene perché una parte della personalità, o il suo
nucleo è rimasta ferma ad un livello in cui reagisce alle
aggressioni in modo autoplastico anziché alloplastico. Ferenczi
arriva così a scorgere una personalità composta unicamente da Es
Super-Io a cui manca la capacità di affermare se stessa anche nel
dispiacere, così come accade nei bambini piccoli per il quale
l'esser soli, senza la protezione della madre o di altri, ossia
privati di un rilevante quantitativo di tenerezza, è una condizione
insopportabile.
Ferenczi
ritiene che l'amore oggettuale passivo, ovvero la tenerezza, sia una
premessa all'amore oggettuale maturo. In tale stadio il bambino gioca
con la fantasia di prendere il posto della madre, ma in realtà non
vuole e non può fare a meno di essa. Se in questa fase il bambino
subisce più amore o amore di altra natura di quello che desidera ciò
può avere conseguenze altrettanto, se non più patogene, della
frustrazione amorosa. Ad di là di una disamina di tutte le diverse
patologie del carattere che possono derivane la conseguenza generale
può essere quella della confusione tra linguaggio degli adulti
adulti e quello dei bambini. Ferenczi suggerisce la rassegnazione al
fatto che dietro l'adorazione o l'amore di transfert di bambini,
allievi e pazienti vi è l'ardente desiderio di liberarsi da un amore
che intralcia, e che la risoluzione di transfert molesti porta la
personalità ad un livello di funzionamento più alto.
Avviandosi
alla conclusione Ferenczi vuole indagare come oltre all'amore forzato
anche le insopportabili misure punitive (sanzioni disciplinari
connotate da passionalità ed espressioni rabbiose, portano a livello
di realtà ciò che nella mente del bambino era solo una fantasia.
Prosegue poi nell'analisi di un secondo fenomeno, oltre a quello
della regressione traumatica, che colpisce un individuo in
conseguenza di uno shock, la progressione traumatica o precocità,
che consiste nel dispiegarsi immediato di future attitudini, o
attitudini potenziali che in genere fanno parti del matrimonio, della
paternità o della maternità. La paura degli adulti privi di
inibizioni, e perciò per un certo punto di vista pazzi, fa per così
dire dire del bambino uno psichiatra; per diventare tale e difendersi
dai pericoli rappresentati dalle persone prive di controllo, egli
deve sapere innanzitutto identificare completamente con esse.
Concludendo
Ferenczi scrive che oltre all'amore passionale e la punizione
passionale gli adulti dispongono di una terza via per legare a se i
bambini: il terrorismo della sofferenza. I bambini hanno
bisogno di appianare qualsiasi specie di disordine in famiglia, per
così dire di caricare sulle proprie spalle il peso che grava su
quelle di tutti. Una madre che si lamenta delle proprie sofferenze
può fare della figlia la propria infermiera a vita procurandosi un
sostituto della sua e senza curarsi dei veri bisogni e degli
interessi della figlia. [Sandor Ferenczi 1932]
venerdì 13 marzo 2015
Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa
Freud riconosce
all'interno delle neuropsicosi da difesa tre tipologie di disturbi: l'isteria, la nevrosi ossessiva e alcune tipologie di paranoia
derivandone la loro causa dalla rimozione di ricordi penosi e i loro
sintomi dal contenuto di ciò che è stato rimosso. Ciò
che cambia tra le tre patologie è il meccanismo di rimozione, conversione
in innervazione somatica nell'isteria, sostituzione (lungo
alcune catene associative di pensiero) nella nevrosi ossessiva e
proiezione nella paranoia.
Etiologia dell'isteria
All'interno del capitolo
Freud vuole spiegare la genesi dei sintomi delle neuropsicosi da
difesa, tra cui, nel 1894 aveva racchiuso isteria,
ossessioni, e confusione allucinatoria, in particolare
vuole approfondire la teoria che i sintomi derivino dal tentativo di
rimuovere una rappresentazione incompatibile con l'Io. Tali
rappresentazioni sono riconducibili ad esperienze traumatiche di
natura sessuale (di tipo passivo per l'isteria, di tipo prima passivo e poi attivo nella nevrosi ossessiva). Andando
oltre ai lavori precedenti (1894) situa tali traumi nell'infanzia, in
particolare specifica ulteriormente che non sono le esperienze ad
avere effetto traumatico ma il loro rivivere come ricordo, dopo
che il soggetto ha varcato la soglia della maturità sessuale.
Non è per Freud
possibile dire con certezza fino a quale età massima del soggetto
un'offesa sessuale possa agire come fattore etiologico dell'isteria,
giudica però improbabile la rimozione dopo l'ottavo-decimo anno di
età, il limite minimo si estende invece fino a dove può giungere la
capacità di ricordare, cioè fino all'età di un anno e mezzo o due
anni.
Introducendo il trauma
sessuale infantile Freud riesce ad andare oltre all'ipotesi di una
congenita disposizione isterica. Infatti afferma come sia possibile
dimostrare che le esperienze e gli eccitamenti che nel periodo
di vita successivo alla pubertà preparano o causano lo scoppio
dell'isteria, agiscono riattivando la traccia mnestica di
questi traumi infantili, tale traccia non diviene cosciente neppure
allora, ma conduce alla liberazione di un effetto e alla rimozione da
cui poi originano i sintomi.
La natura ed il
meccanismo della nevrosi ossessiva.
Le esperienze sessuali
precoci nella prima infanzia hanno lo stesso significato nella
nevrosi ossessiva e nell'isteria, ciò che cambia è il passaggio da
una passività sessuale ad atti di aggressione. Nell'analisi dei suoi
soggetti ossessivi Freud rintraccia sempre un episodio di seduzione
precoce e precedente all'aggressività sessuale e al substrato di
sintomi isterici comunque presenti nella nevrosi ossessiva.
Freud definisce le
idee ossessive come dei rimorsi trasformati riemersi dalla
rimozione e che si ricollegano sempre ad alcuni atti sessuali che
sono stati compiuti con piacere nell'infanzia. In un primo momento,
di apparente salute psichica, tali atti sessuali vengono rimossi e
sostituiti dal soggetto con un sintomo primario di difesa (difesa
dal contenuto rimosso): tra cui l'eccessiva coscienziosità,
la vergogna e la sfiducia in se stessi.
Il periodo successivo,
quello della malattia, è caratterizzato dal ritorno dei ricordi
rimossi, cioè dal fallimento della difesa. Tali ricordi non
riemergono immutati nella coscienza: quelli che diventano affetti ed
idee ossessive consci sono delle strutture che hanno la natura di
compromesso tra le idee rimosse e quelle che le rimuovono.
Vi sono due
forme di nevrosi ossessiva a seconda del fatto che ad
essere rimossi siano i contenuti mnestici dell'atto o gli
affetti riprovevoli connessi ad essi.
La prima forma
comprende le tipiche idee ossessive in cui il contenuto attrae
l'attenzione del paziente e come affetto egli prova un dispiacere
indefinito. Il contenuto dell'idea ossessiva viene distorto in due
modi: qualcosa di contemporaneo viene messo al posto di qualcosa che
appartiene al passato e poi qualcosa di sessuale viene sostituito con
qualcosa che non sia sessuale.
La seconda forma
di nevrosi ossessiva si ha quando ciò che è riemerso dalla
rimozione non è il contenuto mnestico, ma il rimorso (affetto). In
questo modo il rimorso per atti sessuali commessi in infanzia può
trasformarsi in vergogna (timore che qualcun altro lo venga a
scoprire), in angoscia ipocondriaca (paura dei danni fisici
che possono derivare dall'atto), in angoscia sociale (paura di
venire punito dalla società), in angoscia religiosa, in
delirio di attenzione (paura che qualcuno riveli l'atto),
oppure paura della tentazione (una sfiducia giustificata nei
propri poteri morali).
Nel paragrafo successivo
Freud spiega l'origine delle azioni ossessive (compulsioni)
come effetto di una difesa secondaria (difesa da quanto sopravvive
alla difesa primaria) e descrivendole come misure protettive
contro le idee ossessive.
Il paziente cerca di
rendersi padrone di ciascuna delle sue idee ossessive con un lavoro
di logica e attingendo ai suoi ricordi consci, ciò lo porta ad un
pensare ossessivo, ad una pulsione a provare le cose e ad una mania
di dubitare. Il rimuginare ossessivo se ha successo tratta
regolarmente di cose astratte e soprasensuali poiché idee che sono
state rimosse hanno a che fare con la sessualità. In generale la
difesa secondaria contro gli affetti ossessivi porta ad una serie
più ampia di atti ossessivi: misure penitenziali (opprimenti
cerimoniali, aritmomania), misure precauzionali (fobie,
superstizioni, pedanteria, coscienziosità), misure che hanno a
che fare con la paura di tradirsi o che assicurano
l'intorpidimento della mente.
Analisi di un caso di
paranoia cronica.
Nel presentare il caso
Freud sottolinea come non tutti i casi di paranoia siano casi di
psicosi da difesa e nelle pagine successive riporta il caso signora
P. (paziente affetta da confusione mentale e depressione,
sospettosità e timori di persecuzione o d'essere spiata,
allucinazioni visive in cui vedeva donne nude, specialmente la parte
bassa dell'addome e genitali maschili. La signora P. era affetta
anche da allucinazioni uditive, nelle quali ogni sua azione veniva
commentata e criticata). Nell'analisi del caso, attraverso le stesse
tecniche usate con le pazienti isteriche, Freud riconduce la
sintomatologia della paziente al tentativo di rimozione di esperienze
di natura sessuale (con il fratello).
Nel descrivere
l'etiologia della paranoia
Freud la confronta con la nevrosi ossessiva: in quest'ultima
il rimorso iniziale è stato rimosso dalla formazione del sintomo
primario di difesa: diffidenza verso se stessi. Nella
paranoia il rimorso viene escluso dalla coscienza attraverso
la proiezione e quindi il sintomo primario è la diffidenza
verso le altre persone, in questo modo il soggetto esclude
completamente il rimorso dalla coscienza che ritorna però nella
forma di idee deliranti.
Altri sintomi del caso
riportato (la signora P.) si possono descrivere come sintomi del
ritorno del rimosso. Tali sono ad esempio l'idea delirante della
paziente di essere guardata mentre si spogliava e le allucinazioni
visive e uditive (esperienze fatte con il fratello e adesso riferite
all'esterno parzialmente deformate). Infine Freud spiega l'origine
delle idee deliranti, queste arrivate alla coscienza per mezzo
del compromesso, fanno pressione sull'attività di pensiero dell'Io
così da essere accettate senza contraddizione. Queste idee non sono
aperte ad alcuna influenza è l'Io che si deve adattare ad esse e
quindi, ciò che qui corrisponde ai sintomi della difesa secondaria
nella nevrosi ossessiva, è una formazione delirante che cerca di
armonizzare le differenti parti del materiale, allucinazioni
interpretative che si concludono con una alterazione dell'io.
venerdì 27 febbraio 2015
Il metodo dell'interpretazione dei sogni
Nel secondo capitolo dell'interpretazione dei sogni Freud vuole dimostrare che i sogni sono suscettibili di interpretazione andando contro la più diffusa ipotesi dell'epoca che imputava l'origine del sogno non ad un atto mentale ma ad un processo somatico. Prima di iniziare a presentare il suo metodo riporta come nella cultura profana i tentativi di interpretazione dei sogni erano a già diffusi con diverse metodologie distinguibili in interpretazioni simbolica e interpretazione cifrata.
Nel primo caso il contenuto del sogno viene considerato nella sua totalità cercando di sostituirlo con un altro contenuto più facilmente comprensibile ma analogo. Come esempio Freud riporta il sogno del faraone, in cui le sette vacche magre divorano sette vacche grasse, nel sogno era avvenuta una sostituzione simbolica di sette anni di carestia che sarebbero seguiti sette anni di abbondanza).
Nel nel caso dell'interpretazione cifrata invece ogni elemento del sogno viene interpretato singolarmente attraverso una chiave prefissata (un manuale dei sogni). Una variante particolare “Interpretazione dei sogni di Artemidoro” introduce oltre alla chiave applicabile in modo generale la possibilità di considerare il contesto di vita del sognatore.
Nella sua opera Freud sottolinea come abbia cercato di riunire il senso comune e popolare dell'interpretabilità dei sogni con il metodo della scienza. La sua metodologia di indagine dei sogni si inserisce nella più ampia ricerca sulle modalità di eliminazione delle formazioni psicopatologiche (fobie isteriche, rappresentazioni ossessive). Infatti per questo scopo Freud si serviva dei racconti dei suoi pazienti e delle idee associate ai sintomi e nelle sue sedute si accorse come spontaneamente i pazienti arrivavano a raccontare i propri sogni, da qui il suo tentativo di indagarli come sintomi.
Freud in queste pagine descrive due atteggiamenti riguardo alle modalità di racconto dei sogni, la prima è una riflessione su di essi, parziale in quanto guidata dal senso critico, la seconda invece, è completamente imparziale perché il paziente riferisce tutto ciò che gli viene in mente liberamente.
E' da questo materiale, e solo questo, che considera possibile l'interpretazione delle idee patologiche e delle creazioni dei suo sogni. Assimila inoltre questo stato, in cui le idee affiorano liberamente alla coscienza, allo stato precedente l'addormentamento o a quello dell'ipnosi, definendolo come lo stato psichico di attenzione mobile.
Nelle pagine successive, dopo aver descritto l'esito dannoso del senso critico sulla creatività, passa a specificare la sua metodologia di indagine.
Il primo passo consiste nel non considerare il sogno nel suo insieme, ma raccogliere le associazioni o idee di fondo su singoli segmenti di sogno, specificando come il suo metodo è attinente non tanto a quello simbolico, che interpreta il sogno nel suo insieme, ma quello cifrato, che considera il sogno un conglomerato di rappresentazioni psichiche.
Prima di passare all'interpretazione di un suo sogno Freud specifica alcuni aspetti di metodo, infatti afferma come disponga di grande materiale derivato dai sogni dei suoi pazienti nevrotici, ma che questo materiale, se pur utile nell'indagine della nevrosi, potrebbe essere considerato non accettabile per spiegare il funzionamento dei sogni nel soggetto sano.
Non può però utilizzare i sogni di persone sane di sua conoscenza o quelli citati come esempi nella letteratura riguardante la vita onirica in quanto per essere interpretabile un sogno deve essere letto all'interno dell'analisi di un individuo in quanto è certo “che lo stesso contenuto nasconda un significato diverso a seconda delle persone diverse e dai contesti diversi”.
L'unica alternativa che gli rimane è la scelta di un proprio sogno, accettando la necessità di “confessare le le sue debolezze per chiarire un problema oscuro”.
Premessa al sogno
Irma era una ‘giovane signora’, amica di famiglia che Freud aveva curato per una sua angoscia isterica, con risultati solo parzialmente soddisfacenti. Un collega più giovane di Freud, Otto , aveva incontrato durante le vacanze estive Frau Irma, ed aveva riferito a Freud che la sua paziente stava meglio, «ma non completamente bene». Le parole ed il tono dell’amico Otto avevano irritato Freud, che vi aveva scorto una sorta di rimprovero per aver fatto alla paziente promesse di guarigione che non era stato poi in grado di mantenere. Per questo la sera prima del sogno aveva scritto la cartella clinica di Irma, per farla avere al Dr. M., un amico comune e principale esponente del loro gruppo di lavoro.
Sogno: Un grande salone – stavamo ricevendo numerosi ospiti. – Tra di essi c’è Irma. Io la presi in disparte, come per rispondere alla sua lettera e rimproverarla di non aver ancora accettato la mia «soluzione». Le dissi: «Se hai ancora dei dolori è davvero solo colpa tua». Mi rispose: «Se solo tu sapessi che dolori ho ora in gola, nello stomaco e nel ventre, mi soffocano». Io mi spaventai e la guardai. Era pallida e gonfia. Pensai che dopo tutto dovevo aver trascurato qualche disturbo organico. La portai vicino alla finestra e le guardai in gola, e lei mostrò una certa riluttanza, come le donne con la dentiera. Io pensai che veramente non c’era bisogno di farlo. Poi lei aprì bene la bocca e sulla destra trovai una grande macchia bianca; in un altro punto vidi delle estese croste grigiastre su delle forme notevolmente incurvate, che imitavano evidentemente le cavità nasali. Chiamai subito il Dr. M. ed egli ripeté l’esame e lo confermò… Il Dr M. sembrava molto diverso dal solito, era pallido, zoppicava e non aveva la barba… Anche il mio amico Otto era ora vicino a lei, e il mio amico Leopoldo stava percuotendo il suo petto e diceva: «Ha un’area ottusa in basso a sinistra». Indicò anche che una parte della pelle sulla spalla sinistra era infiltrata (lo sentii come lui, nonostante il vestito)… M. disse: «Non c’è dubbio, si tratta di un’infezione, ma non importa: interverrà la dissenteria e le tossine saranno eliminate»… Noi conoscevamo anche l’origine dell’infezione. Non molto prima, quando lei si sentiva poco bene, il mio amico Otto le aveva fatto un’iniezione di propile… propili… acido /propionico… rimetilammina (e vidi davanti a me la formula stampata in grassetto)… Iniezioni di quel genere non si dovrebbero fare così sconsideratamente… E probabilmente la siringa non era pulita.
Interpretazione del sogno
Nelle pagine successive Freud, segmento per segmento, frase per frase, cerca di interpretare il significato del suo sogno. Da una prima lettura quello che mi è saltato all'occhio sono le serie di frasi come: "mi viene in mente", "mi ricordò improvvisamente un'altra esperienza", "cominciai a sospettare di aver sostituito" che lasciano intendere la metodologia di analisi del sogno: usare come materiale per costruire l'interpretazione i pensieri contigui a quelli espressi nel racconto.
Prendo ad esempio un passaggio:
"La portai vicino alla finestra per guardarle in gola. Ella mostrò una certa riluttanza, come le donne che hanno una dentiera. Io pensai che veramente non c'era bisogno di farlo.”
e la relativa interpretazione:
Il modo in cui Irma stava vicino alla finestra mi ricordò improvvisamente un'altra esperienza. Irma aveva un'intima amica che io stimavo molto [...] Mi veniva ora in mente che negli ultimi mesi avevo avuto tutte le ragioni per credere che anche quest'altra signora fosse isterica. Che cosa conoscevo delle sue condizioni? Solo una cosa: che, come l'Irma del mio sogno soffriva di soffocamento isterico. Quindi nel sogno avevo sostituito la mia paziente con l'amica. [...] Quale poteva essere la ragione per cui l'avevo scambiata nel sogno con la sua amica? Forse era perché mi sarebbe piaciuto scambiarla: o sentivo maggiore simpatia per la sua amica o avevo una migliore opinione della sua intelligenza. Irma infatti mi sembrava sciocca per non aver accettato la mia soluzione. La sua amica sarebbe stata più saggia, cioè avrebbe ceduto prima.” [pp. 86-87, L'interpretazione dei sogni Edizione Newton].
Da questo breve testo del capitolo desumiamo anche un secondo aspetto che si sintetizza nella celebre frase che "il sogno è realizzazione di un desiderio".
Nel segmento in particolare Freud afferma di essersi voluto vendicare di Irma sostituendola con una sua amica migliore.
In generale invece, il sogno rappresenta la soddisfazione dei desideri sorti in Freud a seguito delle informazioni ricevute da Otto e la stesura della cartella clinica nella sera precedente al sogno: il desiderio di punire ed umiliare sia Irma, sia il suo amico e collega Otto oltre che il Dr. M.
Di Otto si era vendicato attribuendogli una iniezione evidentemente pericolosa del Dr. M. facendogli pronunciare un parere scientificamente discutibile sulla dissenteria, come rimedio all’intossicazione. Inoltre il sogno liberava Freud dalla responsabilità per le condizioni di Irma, dimostrando che esse erano dovute ad altri fattori (nel sogno era presente la paura, che in realtà era sollievo che i sintomi della donna fossero riconducibili a fattori organici), infine nel sogno era presente una più generale tematica di preoccupazione per la salute sua, e di altre persone e coscienziosità professionale, che lo difendevano, almeno parzialmente dall'accusa di essere un medico superficiale.
lunedì 23 febbraio 2015
La parola al crepuscolo delle cose
A partire dalla fondazione del logos di Aristotele, dal quale dire è significare, in regime di non contraddizione, nella morsa di un principio e d'una fine, uniti da una lunga catena di cause ed effetti, ad ogni parola segue un "qualche cosa", e solo uno, a cui però fa da parallelo un sentimento d'inquietudine, noto a chi cerca di dare un nome ad un "qualche cosa", per il carattere mortifero del parlare nel quale lentamente la definizione cede, tanto più è vicina tanto più appare vuota. Nella lettura che Jullien fa del taoismo viene proposto un altro modo di intendere il parlare, svincolato da questo "qualche cosa", che appare al limite dell'insensato se letto con mente occidentale. Un taoismo che sprona a parlare senza parlare, come sprona ad agire senza agire, a dar battaglia senza dar battaglia.
Nel suo testo "parlare senza parole" Jullien va alla ricerca di risorse perdute dal pensiero occidentale nell'uso della parola, voglio proporre due paragrafi che permettono di accedere alla penombra (il tao è indistinto e vago), di tali risorse. Il primo ci informa sul rischio della definizione, non tanto come qualcosa di mortifero per l'oggetto, ma che recidendolo dal flusso indistinto delle cose ci fa perdere la sua concretezza. Il secondo su un uso nuovo della parola, attraverso l'accesso a quanto rimane latente tra l'affermazione di due contrari, nella formula del "parlare senza parlare"
La definizione dice l'immobile, non l'effettivo.
"La definizione è passibile di farci perdere non tanto l'essenza intima, individuale e quindi ineffabile della cosa, quanto l'effettività attraverso cui qualcosa è in grado di verificarsi, di realizzarsi. Infatti secondo il pensatore taoista, vi è non-coincidenza, se non palese inversione o addirittura contraddizione, tra il segno caratteristico, o determinatezza, che la definizione riesce a cogliere, e ciò che a titolo processuale ha permesso il prodursi di tale determinazione. Sotto la determinatezza che la definizione enuncia, è lo sterile che viene colto, non il fecondo. La definizione esprime la capacità delle cose mentre essa si sta già disperdendo: ne esprime solamente l'uniforme, l'insipido e l'immobile. Con immobile non intendo semplicemente ciò che non si muove, piuttosto ciò che è morto e pietrificato, in quanto già abbandonato dalle sue capacità. Perciò questo immobile è anche ciò che viene esibito: la definizione esprime quanto viene esibito dalle cose, esprime ciò che di esse, funzionalmente, si rende visibile e le fa riconoscere e individuare. La definizione le cattura a valle, allo stadio in cui le loro potenzialità di prodursi, esibendosi e diventando completamente patente, si è già irrigidita e inaridita: i tratti caratteristici sono dei tratti induriti, già sclerotizzati; a essa sfugge il loro intenso "a monte", le recide dal loro emergere."
Leggendo queste righe me ne sono venute in mente altre sulla relazione tra filosofia e il suo tempo, la nottola di Minerva, descritta da Hegel:
"Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come dev'essere fatto il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta. Ciò che il concetto insegna, la storia mostra appunto che è necessario: che, cioè, prima l'ideale appare di contro al reale, nella maturità della realtà, e poi esso costruisce questo mondo medesimo, colto nella sostanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo." G.W.F. Hegel 1820
Parole che non uccidono la cosa, ma che la colgono solo quando è ferma, oppure che colgono solo quanto della cosa non è utilizzabile, è snaturato. Jullien continua:
Leggendo queste righe me ne sono venute in mente altre sulla relazione tra filosofia e il suo tempo, la nottola di Minerva, descritta da Hegel:
"Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come dev'essere fatto il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta. Ciò che il concetto insegna, la storia mostra appunto che è necessario: che, cioè, prima l'ideale appare di contro al reale, nella maturità della realtà, e poi esso costruisce questo mondo medesimo, colto nella sostanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo." G.W.F. Hegel 1820
Parole che non uccidono la cosa, ma che la colgono solo quando è ferma, oppure che colgono solo quanto della cosa non è utilizzabile, è snaturato. Jullien continua:
"Prendiamo un uomo "pio"; qualcuno che gli altri chiamano pio, che si crede pio, che in ogni modo pretende di esser pio: già immaginiamo che la sua sarà una pietà spenta, piatta, gretta, meschina. La sua virtù non è ipocrita, ma povera: per il semplice fatto che si lascia identificare da segni tangibili essa perde lo slancio che, dispiegato senza oggetto né progetto, dovrebbe effettivamente costituire il suo principale pregio; quello slancio che per sua natura, è però troppo intenso e indiviso, troppo diffuso e allo stesso tempo disinvolto perché lo si possa isolare e, di conseguenza, identificare. Osservate d'altra parte come le virgolette prudentemente aggiunte, persino nell'oralità "i piccoli segni mimati con le dita", siano un prezioso avvertimento. Sono indice di una diffidenza. Graffiano, a suo passaggio, ciò che è troppo agevolmente scivola nella parola, ciò che è troppo accettato, troppo facilmente identificato per non risultare sospetto: questa determinatezza è troppo marcata e generalmente accettata perché non nasca il sospetto che si sia un po' svuotata dal suo senso. Attraverso le virgolette io denuncio l'eccessiva esplicitazione formale che troppo agevolmente coincide con la propria definizione e così la metto nuovamente a distanza. Saranno sufficienti a far intuire le mie riserve, io stesso non sono più sicuro di farmi completamente carico di un enunciato che è troppo conosciuto, troppo ben collocato all'interno dei termini della definizione e come tale etichettato per non esigere il proprio rovesciamento."
Ciò che agli occhi del pensatore taoista penalizza la definizione non è quindi il fatto che le cose siano insufficientemente stabili e le proprietà che le qualificano siano in divenire, ma piuttosto che la definizione, recidendo queste proprietà dal loro divenire e ripiegandole su loro stesse non lasci più apparire la qualità delle cose nel proprio emergere. Cosa accadrebbe se l'uomo di prima invece d'esser "pio" fosse "estensionista"?
Jullien continua:
Entrare nel pensiero taoista significa esattamente riaprire la possibilità di un "tra" i contrari. All'interno dell'enunciato una contraddizione non distrugge i contrari, e neppure li concilia, bensì attraverso il proprio negare, essa libera ciò che il proprio affermare reca in sé di limitativo e vincolante, di sterile e forzato. Nel pensiero taoista il parlare si intende come parlare senza parlare. Può essere più facile intenderlo con un altra contraddizione: agire senza agire, che non significa che non agisco, ma neanche che agisco, poiché ogni agire conduce generalmente all'attivismo. "Non agisco", nel senso in cui mi guado bene dall'agire allo stadio dell'a valle, quello del tangibile e dell'immobile, allo stadio delle azioni concordate e puntuali che, inserendosi in situazioni anche solo po' irrigidite, necessariamente suscitano la reticenza degli altri quanto la resistenza dei fatti. E tuttavia "agisco", nel senso che opero a monte, più vicino alla sorgente dell'effettività, allo stadio in cui la configurazione delle cose è ancora duttile e disponibile, cioè in grado di accogliere il mio intervento senza una rigidità sufficiente a contrastarlo. Non oso agire poiché evito di affrontare il corso delle cose allo stadio in cui, irrigidito, esso mi richiede in cambio di gravare con la mia volontà per forzare le condizioni e imporre loro il mio desiderio e la mia intenzione. Grande dispendio e poco effetto. Di contro agisco allo stadio del "non c'è" vale a dire allo stadio in cui, dato che nulla si è ancora costretto a distaccarsi e stagliarsi come azione individuale, ma può confondersi con la psicosessualità delle cose e unirsi alla sua propensione: quello stadio in cui non sono ancora immobilizzato dalle determinazioni, lo stadio in cui le definizioni vanno ad arenarsi, e posso operare senza problemi, in modo facile, in accordo non osando agire "favorisco quanto viene da sé"
Una formulazione che sembra essere una strategia d'azione. Ne è una riprova il fatto che essa è valida in ambito militare (il trattato del Laozi si presta a numerosi sviluppi nell'ambito della strategia bellica). Nella gestione del conflitto e nella condotta delle operazioni "avanzo" in modo più sottile di quanto non farei pretendendo semplicemente di guadagnare terreno: senza quindi aver bisogno di forzare eroicamente le linee avversarie, di presidiare un numero sempre maggiore di postazioni - sempre dispendiosi da proteggere - e senza bisogno di distruggere il nemico con azioni clamorose e assalti ostinati. La mia avanzata risulta tanto più reale per il fatto che non sono tenuto a concretizzarla in modo localizzato e per il fatto che essa consiste anzitutto nella progressiva erosione, fisica e morale, del capitale di resistenza del mio avversario. Poiché non si lascia relegare, e quindi ridurre, a delle posizione determinate, la superiorità che accumulo dalla mia parte risulta tanto meno contrastabile.
Agire senza agire lascia così trasparire al centro stesso della contraddizione un "tra" più sottile: tra passività e bellicismo, tra ciò che da un lato, sarebbe pura debolezza e, dall'altro, un inutile rischio si afferma che l'arte della strategia consiste nell'accogliere l'avversario e non nell'attaccarlo, nell'indurlo allo sfinimento astenendosi da ogni aggressività (e vinse il generale inverno). E' necessario infatti trattenersi dal fare la guerra, e ancor di più dallo sfidare l'avversario, per condurla in maniera opportuna. Infatti l'avversario che si appresta a combattere al livello dei segni tangibili si lancia alla carica con pesantezza e affonda: per il semplice fatto che non riesce a individuarmi come bersaglio egli vede il proprio potenziale bellico consumarsi invano e, impacciato dalle postazioni che assunto sul terreno di guerra, e che ora lo paralizzano, si trova ridotto all'inerzia e si lascia sopraffare. Al contrario, non arenandomi in alcuna posizione fissa, sarò incline a rimanere all'erta: l'aggressività dell'avversario sarà di per sé sufficiente a mantene viva la mia reattività e io riuscirò a distruggerlo senza neanche doverlo affrontare.
E quindi similmente posso dire "parlare senza parlare". Non rinuncio a parlare, ma libero subito la mia parola da ciò che essa ha di limitativo, legato al senso, che è necessariamente uno, e perciò di sterile e vincolante: io libero la mia parola da ciò che la costringe a dire, così come ho liberato il mio agire da quanto esso avevo di attivo. Questa parola senza parlare, che non possiede più nulla di individuato o attribuito, che non è più sottomessa alla determinazione di un senso e non verte più su un oggetto, aspira invece a un'intesa implicita che diviene immediata, come un flusso incitativo da un interiorità all'altra, che si dispensa dal meticoloso strumentario delle parole e lascia lontano dietro di sé qualsiasi contenuto astratto, visto come rigido e sclerotizzato. Quanto l'intenzione viene raggiunta, dimenticate la parola, poiché la parola ha come unica ragion d'essere quella di servire a catturare questa intenzione o tensione interiore: l'unica cosa che conta e l'al-di- à della parola. La pura strumentalità della parola viene poi definitivamente accantonata: infatti "una volta che il pesce è stato catturato si dimentica la nassa", "una volta che la lepre viene presa, di dimentica la trappola".
(Continua: parola e dia-logo) [Parlare senza parole, Francois Jullien, 2006]
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