Visualizzazione post con etichetta Analisi della conversazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Analisi della conversazione. Mostra tutti i post

lunedì 23 febbraio 2015

La parola al crepuscolo delle cose

A partire dalla fondazione del logos di Aristotele, dal quale dire è significare, in regime di non contraddizione, nella morsa di un principio e d'una fine, uniti da una lunga catena di cause ed effetti, ad ogni parola segue un "qualche cosa", e solo uno, a cui però fa da parallelo un sentimento d'inquietudine, noto a chi cerca di dare un nome ad un "qualche cosa", per il carattere mortifero del parlare nel quale lentamente la definizione cede, tanto più è vicina tanto più appare vuota. Nella lettura che Jullien fa del taoismo viene proposto un altro modo di intendere il parlare, svincolato da questo "qualche cosa", che appare al limite dell'insensato se letto con mente occidentale. Un taoismo che sprona a parlare senza parlare, come sprona ad agire senza agire, a dar battaglia senza dar battaglia.

Nel suo testo "parlare senza parole" Jullien va alla ricerca di risorse perdute dal pensiero occidentale nell'uso della parola, voglio proporre due paragrafi che permettono di accedere alla penombra (il tao è indistinto e vago), di tali risorse. Il primo ci informa sul rischio della definizione, non tanto come qualcosa di mortifero per l'oggetto, ma che recidendolo dal flusso indistinto delle cose ci fa perdere la sua concretezza. Il secondo su un uso nuovo della parola, attraverso l'accesso a quanto rimane latente tra l'affermazione di due contrari, nella formula del "parlare senza parlare"

La definizione dice l'immobile, non l'effettivo.
 
"La definizione è passibile di farci perdere non tanto l'essenza intima, individuale e quindi ineffabile della cosa, quanto l'effettività attraverso cui qualcosa è in grado di verificarsi, di realizzarsi. Infatti secondo il pensatore taoista, vi è non-coincidenza, se non palese inversione o addirittura contraddizione, tra il segno caratteristico, o determinatezza, che la definizione riesce a cogliere, e ciò che a titolo processuale ha permesso il prodursi di tale determinazione. Sotto la determinatezza che la definizione enuncia, è lo sterile che viene colto, non il fecondo. La definizione esprime la capacità delle cose mentre essa si sta già disperdendo: ne esprime solamente l'uniforme, l'insipido e l'immobile. Con immobile non intendo semplicemente ciò che non si muove, piuttosto ciò che è morto e pietrificato, in quanto già abbandonato dalle sue capacità. Perciò questo immobile è anche ciò che viene esibito: la definizione esprime quanto viene esibito dalle cose, esprime ciò che di esse, funzionalmente, si rende visibile e le fa riconoscere e individuare. La definizione le cattura a valle, allo stadio in cui le loro potenzialità di prodursi, esibendosi e diventando completamente patente, si è già irrigidita e inaridita: i tratti caratteristici sono dei tratti induriti, già sclerotizzati; a essa sfugge il loro intenso "a monte", le recide dal loro emergere."

Leggendo queste righe me ne sono venute in mente altre sulla relazione tra filosofia e il suo tempo, la nottola di Minerva, descritta da Hegel:

"Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come dev'essere fatto il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta. Ciò che il concetto insegna, la storia mostra appunto che è necessario: che, cioè, prima l'ideale appare di contro al reale, nella maturità della realtà, e poi esso costruisce questo mondo medesimo, colto nella sostanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo." G.W.F. Hegel 1820

Parole che non uccidono la cosa, ma che la colgono solo quando è ferma, oppure che colgono solo quanto della cosa non è utilizzabile, è snaturato. Jullien continua:

"Prendiamo un uomo "pio"; qualcuno che gli altri chiamano pio, che si crede pio, che in ogni modo pretende di esser pio: già immaginiamo che la sua sarà una pietà spenta, piatta, gretta, meschina. La sua virtù non è ipocrita, ma povera: per il semplice fatto che si lascia identificare da segni tangibili essa perde lo slancio che, dispiegato senza oggetto né progetto, dovrebbe effettivamente costituire il suo principale pregio; quello slancio che per sua natura, è però troppo intenso e indiviso, troppo diffuso e allo stesso tempo disinvolto perché lo si possa isolare e, di conseguenza, identificare. Osservate d'altra parte come le virgolette prudentemente aggiunte, persino nell'oralità "i piccoli segni mimati con le dita", siano un prezioso avvertimento. Sono indice di una diffidenza. Graffiano, a suo passaggio, ciò che è troppo agevolmente scivola nella parola, ciò che è troppo accettato, troppo facilmente identificato per non risultare sospetto: questa determinatezza è troppo marcata e generalmente accettata perché non nasca il sospetto che si sia un po' svuotata dal suo senso. Attraverso le virgolette io denuncio l'eccessiva esplicitazione formale che troppo agevolmente coincide con la propria definizione e così la metto nuovamente a distanza. Saranno sufficienti a far intuire le mie riserve, io stesso non sono più sicuro di farmi completamente carico di un enunciato che è troppo conosciuto, troppo ben collocato all'interno dei termini della definizione e come tale etichettato per non esigere il proprio rovesciamento."

Ciò che agli occhi del pensatore taoista penalizza la definizione non è quindi il fatto che le cose siano insufficientemente stabili e le proprietà che le qualificano siano in divenire, ma piuttosto che la definizione, recidendo queste proprietà dal loro divenire e ripiegandole su loro stesse non lasci più apparire la qualità delle cose nel proprio emergere. Cosa accadrebbe se l'uomo di prima invece d'esser "pio" fosse "estensionista"?

Jullien continua:


Entrare nel pensiero taoista significa esattamente riaprire la possibilità di un "tra" i contrari. All'interno dell'enunciato una contraddizione non distrugge i contrari, e neppure li concilia, bensì attraverso il proprio negare, essa libera ciò che il proprio affermare reca in sé di limitativo e vincolante, di sterile e forzato. Nel pensiero taoista il parlare si intende come parlare senza parlare. Può essere più facile intenderlo con un altra contraddizione: agire senza agire, che non significa che non agisco, ma neanche che agisco, poiché ogni agire conduce generalmente all'attivismo. "Non agisco", nel senso in cui mi guado bene dall'agire allo stadio dell'a valle, quello del tangibile e dell'immobile, allo stadio delle azioni concordate e puntuali che, inserendosi in situazioni anche solo po' irrigidite, necessariamente suscitano la reticenza degli altri quanto la resistenza dei fatti. E tuttavia "agisco", nel senso che opero a monte, più vicino alla sorgente dell'effettività, allo stadio in cui la configurazione delle cose è ancora duttile e disponibile, cioè in grado di accogliere il mio intervento senza una rigidità sufficiente a contrastarlo. Non oso agire poiché evito di affrontare il corso delle cose allo stadio in cui, irrigidito, esso mi richiede in cambio di gravare con la mia volontà per forzare le condizioni e imporre loro il mio desiderio e la mia intenzione. Grande dispendio e poco effetto. Di contro agisco allo stadio del "non c'è" vale a dire allo stadio in cui, dato che nulla si è ancora costretto a distaccarsi e stagliarsi come azione individuale, ma può confondersi con la psicosessualità delle cose e unirsi alla sua propensione: quello stadio in cui non sono ancora immobilizzato dalle determinazioni, lo stadio in cui le definizioni vanno ad arenarsi, e posso operare senza problemi, in modo facile, in accordo non osando agire "favorisco quanto viene da sé"

Una formulazione che sembra essere una strategia d'azione. Ne è una riprova il fatto che essa è valida in ambito militare (il trattato del Laozi si presta a numerosi sviluppi nell'ambito della strategia bellica). Nella gestione del conflitto e nella condotta delle operazioni "avanzo" in modo più sottile di quanto non farei pretendendo semplicemente di guadagnare terreno: senza quindi aver bisogno di forzare eroicamente le linee avversarie, di presidiare un numero sempre maggiore di postazioni - sempre dispendiosi da proteggere - e senza bisogno di distruggere il nemico con azioni clamorose e assalti ostinati. La mia avanzata risulta tanto più reale per il fatto che non sono tenuto a concretizzarla in modo localizzato e per il fatto che essa consiste anzitutto nella progressiva erosione, fisica e morale, del capitale di resistenza del mio avversario. Poiché non si lascia relegare, e quindi ridurre, a delle posizione determinate, la superiorità che accumulo dalla mia parte risulta tanto meno contrastabile. 

Agire senza agire lascia così trasparire al centro stesso della contraddizione un "tra" più sottile: tra passività e bellicismo, tra ciò che da un lato, sarebbe pura debolezza e, dall'altro, un inutile rischio si afferma che l'arte della strategia consiste nell'accogliere l'avversario e non nell'attaccarlo, nell'indurlo allo sfinimento astenendosi da ogni aggressività (e vinse il generale inverno). E' necessario infatti trattenersi dal fare la guerra, e ancor di più dallo sfidare l'avversario, per condurla in maniera opportuna. Infatti l'avversario che si appresta a combattere al livello dei segni tangibili si lancia alla carica con pesantezza e affonda: per il semplice fatto che non riesce a individuarmi come bersaglio egli vede il proprio potenziale bellico consumarsi invano e, impacciato dalle postazioni che assunto sul terreno di guerra, e che ora lo paralizzano, si trova ridotto all'inerzia e si lascia sopraffare. Al contrario, non arenandomi in alcuna posizione fissa, sarò incline a rimanere all'erta: l'aggressività dell'avversario sarà di per sé sufficiente a mantene viva la mia reattività e io riuscirò a distruggerlo senza neanche doverlo affrontare. 

E quindi similmente posso dire "parlare senza parlare". Non rinuncio a parlare, ma libero subito la mia parola da ciò che essa ha di limitativo, legato al senso, che è necessariamente uno, e perciò di sterile e vincolante: io libero la mia parola da ciò che la costringe a dire, così come ho liberato il mio agire da quanto esso avevo di attivo. Questa parola senza parlare, che non possiede più nulla di individuato o attribuito, che non è più sottomessa alla determinazione di un senso e non verte più su un oggetto, aspira invece a un'intesa implicita che diviene immediata, come un flusso incitativo da un interiorità all'altra, che si dispensa dal meticoloso strumentario delle parole e lascia lontano dietro di sé qualsiasi contenuto astratto, visto come rigido e sclerotizzato. Quanto l'intenzione viene raggiunta, dimenticate la parola, poiché la parola ha come unica ragion d'essere quella di servire a catturare questa intenzione o tensione interiore: l'unica cosa che conta e l'al-di- à della parola. La pura strumentalità della parola viene poi definitivamente accantonata: infatti "una volta che il pesce è stato catturato si dimentica la nassa", "una volta che la lepre viene presa, di dimentica la trappola".
(Continua: parola e dia-logo)  [Parlare senza parole, Francois Jullien, 2006]

venerdì 30 maggio 2014

C'è da chiedersi cosa sostenga l'identità, il nucleo, di un dato campo ideologico, al di là di tutte le sue possibili varianti del suo contenuto concreto. La moltitudine di "significati fluttuanti", di elementi proto-ideologici, è organizzata in un campo unificato da un determinato punto nodale che "ricama" questi elementi, ancorandoli e annodandoli e ponendo fine la loro scivolamento e fissandone il significato. Tale punto nodale è identificabile nel point de capiton lacaninano, descritto come una sorta di annodamento, di aggraffatura, di significante e significato. Per Lacan, il linguaggio necessita di questa serie di punti di appoggio sul mondo delle cose per scansare il rischio di uno scivolamento indefinito dei significati. 

sabato 14 dicembre 2013

Grammatica della fantasia

Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari. Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia. Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.
Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie o di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare costruire e distruggere. Rodari G., “Grammatica della fantasia”

martedì 3 settembre 2013

Costruzioni in analisi

Come è noto, l’intento del lavoro analitico è di portare il paziente a togliere [aufheben] le rimozioni – intese nel senso più ampio relative al suo sviluppo primario, per surrogarle con reazioni che dovrebbero corrispondere a uno stato di maturità psichica. A tale scopo il paziente deve ricordarsi determinate esperienze, per il momento dimenticate, e i moti affettivi da loro suscitati. Quali materiali ci mette a disposizione, utilizzando i quali, possiamo condurlo sulla via del recupero dei ricordi perduti? Diverse cose: frammenti di tali ricordi nei sogni, in sé di incomparabile valore, ma tuttavia di regola fortemente distorti attraverso tutti i fattori che partecipano alla formazione del sogno; idee improvvise, prodotte abbandonandosi alla «libera associazione», dove possiamo rinvenire allusioni alle esperienze rimosse, così come i derivati dagli impulsi affettivi repressi e delle reazioni contro di essi; infine, indizi (Andeutungen) di ripetizioni di affetti appartenenti al rimosso in azioni importanti o di scarso rilievo, interne o esterne alla situazione analitica. Noi abbiamo sperimentato che la relazione di transfert che si stabilisce verso l'analista è particolarmente adatta a favorire il ritorno di tali rapporti affettivi. L'analista non ha sperimentato né rimosso nulla di quanto è qui in questione. Il suo compito non può essere di ricordare qualcosa. Qual è dunque il suo compito? Egli deve indovinare ciò che è stato dimenticato dalle tracce che ha lasciato dietro di sé, o, più correttamente, deve costruirlo. Come,quando e in quale maniera egli partecipa la sua costruzione all'analizzante, stabilisce di fatto il legame tra le due parti del lavoro analitico, tra la sua parte e quella dell'analizzante. L'analista termina un pezzo di costruzione, lo comunica all'analizzante in modo che agisca su di lui. Poi, a partire dal materiale nuovamente affluito, ne costruisce un altro, quindi procede allo stesso modo nello scambio [Abwechslung] sino alla fine. Se nelle presentazioni [Darstellungen] della tecnica analitica si sente parlare poco di “costruzioni”, la ragione è che al loro posto si parla di “interpretazioni” [Deutungen, più propriamente: “spiegazioni”] e dei loro effetti. Ma ritengo che “costruzione” sia la definizione più appropriata. Interpretazione si riferisce a ciò che ci proponiamo di fare con un singolo elemento del materiale, un'idea venuta in mente, un atto mancato. È, invece, costruzione presentare all'analizzante una parte dimenticata della sua preistoria press’a poco così: «Fino all’ennesimo anno lei si è comportato come l'unico e incontrastato possessore di sua madre; poi è venuto un secondo bambino e con lui una grave disillusione. Sua madre l'ha abbandonata per un po', e in seguito non si è più dedicata esclusivamente a Lei. I suoi sentimenti nei confronti della madre sono diventati ambivalenti e suo padre ha acquisito per Lei un nuovo significato (Bedeutung)» e così via.
In questo saggio tutta la nostra attenzione è rivolta esclusivamente al lavoro preliminare di costruzione.
E qui immediatamente sorge il problema di quali garanzie abbiamo, lavorando a queste costruzioni, che non stiamo sbagliando e che non ci stiamo giocando il successo del trattamento attraverso la presentazione di una costruzione errata. Dobbiamo prestare orecchio a una confortante notizia proveniente dall'esperienza analitica. Essa ci insegna infatti che non deriva alcun danno se una volta ci sbagliamo e se abbiamo esposto al paziente una costruzione errata come probabile verità storica. Ciò significa, naturalmente, una perdita di tempo, e chi sa di raccontare al paziente sempre soltanto combinazioni sbagliate non gli far"à certo una buona impressione e ciò non lo porterà molto lontano nel suo trattamento, ma un unico errore di questo tipo è innocuo. In questi casi capita per lo più che il paziente, rimane come se non fosse nemmeno toccato dalla costruzione e non reagisce a questo né con il si né con il no. Questo può forse essere soltanto un differimento della sua reazione; ma se le cose rimangono così, dobbiamo concludere che ci siamo sbagliati e lo riconosceremo con il paziente all'occasione più opportuna, senza per questo perdere la nostra autorità. È vero che
noi non accettiamo un «no» dell'analizzante come assolutamente valido, ma allo stesso modo valutiamo anche il suo «sì». È assolutamente fuori luogo scusarci perché in ogni caso interpretiamo (umdeuten) la sua manifestazione come conferma. In realtà, non è cosí semplice e non ci rendiamo cosí facile decidere.
Risulta, dunque, che le manifestazioni dirette del paziente, successive alla comunicazione della costruzione, non stanno né pro né contro la possibilità che abbiamo indovinato oppure no. Tanto più interessante è, allora, l’esistenza di forme indirette di conferma assolutamente attendibili. Una di queste è una forma discorsiva che, con parole poco diverse, ci capita di sentire spesso dalle persone più disparate, e che suona cosí: «Non l’ho mai (non l'avrei mai) pensato». Affermazione che può essere tradotta senza esitazioni in: «Sì, in questo caso, Lei ha colto giustamente l'inconscio».
La conferma indiretta attraverso associazioni che si adattano al contenuto della costruzione, portando con sé un simile anche, fornisce a nostro giudizio una base valida per prognosticare se la costruzione sarà confermata nel corso dell’analisi. Particolarmente significativo è anche il caso in cui la conferma si insinua nella contraddizione diretta con l’aiuto di un atto mancato. Se la costruzione è falsa, nel paziente non cambia nulla; se è giusta o porta ad approssimarsi alla verità, il paziente reagisce con peggioramento inequivocabile dei sintomi e delle condizioni generali.
Voglio concludere questa breve comunicazione con alcune osservazioni che aprono una prospettiva più ampia. In alcune analisi mi è capitato che la comunicazione di una costruzione chiaramente appropriata evidenziasse negli analizzanti un fenomeno sorprendente e da principio incomprensibile. Si presentavano loro vividi ricordi, da loro stessi designati come «sovrasignifìcanti», senza tuttavia ricordare nulla dell'avvenimento, che costituiva il contenuto della costruzione, ma solo dettagli molto vicini a questo stesso contenuto, per esempio, con straordinaria chiarezza i visi delle persone ivi nominate o gli ambienti in cui qualcosa di simile poteva essere accaduto, o, un poco oltre nella costruzione, le suppellettili di questi ambienti, di cui naturalmente la costruzione non poteva essere stata a conoscenza. Ciò avveniva anche nei sogni immediatamente dopo la comunicazione della costruzione e nello stato di veglia nei sogni a occhi aperti (in phantasieartigen Zustände). A questi ricordi non si connetteva nient’altro. Andavano presi ovviamente come il prodotto di un compromesso. La spinta del rimosso, attivata dalla comunicazione della costruzione, avrebbe voluto portare alla coscienza quelle tracce mnestiche così significative, ma la resistenza era riuscita, non tanto ad arrestare il movimento, quanto a spostarlo su oggetti vicini ma secondari. [Costruzioni in analisi, Freud 1937]

martedì 11 dicembre 2012

La felicità della conversazione

Ebbene, per la Conversazione, le transazioni verbali, lo scambio di parole, hanno due regole molto importanti: la prima è considerata una regola costitutiva e si enuncia con la questione del "Come se ne esce?", la seconda è considerata normativa ed è l'orientamento degli interventi del Conversazionalista secondo il criterio della felicità.
Per la chiacchiera non si pone quella che abbiamo dato come regola costitutiva e cioè il "come se ne esce", mentre per la comunicazione, soprattutto quella in ambito terapeutico, si pone soprattutto la questione del cambiamento che dovrebbe avvenire nelle persone.
Nel Conversazionalismo, la questione del "come se ne esce?" tende a risolversi applicando il criterio della regola normativa della felicità. Bisogna infatti sottolineare che nel Conversazionalismo ci si appassiona al tentativo che consenta agli interlocutori di condividere una conversazione felice.
Mi rendo conto che l'uso di una parola come felice potrebbe rendere problematico il discorso ed il Lettore potrebbe lasciarsi prendere da una folla di domande: ma di quale felicità vai parlando? dici della felicità del tuo paziente, di quella tua, di quella vostra? e poi, cosa intendi per felicità? e ancora, sei proprio sicuro che di una conversazione si possa dire felice?
Cercando di approfondire il concetto, ci si imbatte nella doppiezza della lingua: "felice" si dice di una mossa, di una formulazione, di un'espressione, ma si dice anche di una persona. La felicità può essere linguistica, ma anche psicologica. Occupandoci di conversazione, ci troviamo sul crinale tra due mondi, il mondo delle parole e il mondo delle cose, il mondo linguistico e il mondo extralinguistico. Non è che non ci interessi la felicità come emozione che gli interlocutori possono sentire, ma ci concentriamo sulla felicità come qualità della conversazione: qualità legata alla possibilità di sciogliere un problema della conversazione, per cui prima questa qualità era assente o più bassa, poi risulta essere presente o più alta.
Il "come se ne esce?" si mostra quindi come quell'insieme di interventi che uno degli interlocutori (il Conversazionalista) fa per incrementare la qualità conversazionale della felicità o per farne abbassare l'infelicità.
"... Sono soprattutto interessato a un buon andamento, a un andamento felice della conversazione. Evidentemente secondo criteri soggettivi miei, non potendo certo sapere qual è, per il mio interlocutore del momento, una buona conversazione, una conversazione felice. Mi piace anche registrare le conversazioni, le mie conversazioni. Alcune conversazioni registrate, solitamente quelle che mi sono apparse nel loro snodarsi poco felici o decisamente infelici, le riascolto o le trascrivo. Le studio attentamente, ne analizzo le sequenze, cerco di scoprire se e dove e in che modo una sequenza infelice è stata propiziata da un mio contributo infelice. Nelle successive conversazioni, poi, il ricordo delle conversazioni studiate, o passate, mi aiuta, credo almeno a volte, a evitare i contributi che mi sono sembrati propiziatori di conversazioni infelici, per privilegiare i contributi che mi sono sembrati, in conversazioni analoghe precedenti, propiziatori di conversazioni felici" (Introduzione al conversazionalismo, Antonio Minvervino) 

sabato 14 luglio 2012

La sintassi della paranoia

"A questo punto, si potrebbe pensare che una proposizione formata di tre parole, quali "Io lo amo", possa essere contraddetta in tre modi diversi. Le idee deliranti di gelosia contraddicono il soggetto, quelle di persecuzione contraddicono il verbo e l'erotomania contraddice l'oggetto. Ma in realtà è possibile un quarto genere di contraddizione, quello cioè che respinge tutto il complesso della proposizione: "Io non amo affatto, non amo nessuno". Siccome però, la libido deve pur rivolgersi a qualche cosa, questa affermazione sembra essere l'equivalente psicologico della proposizione: "Amo solo me stesso". Questo genere di contraddizione darebbe luogo alla megalomania, considerabile come un'ipervalutazione sessuale dell'Io che può in tal modo estromettere quell'ipervalutazione dell'oggetto d'amore che già ci è nota. [...] Coloro che non si sono completamente svincolati dallo stadio del narcisismo, vale a dire hanno su questo punto una fissazione, che può diventare una predisposizione per una successiva malattia, sono esposti al pericolo che un impeto di libido particolarmente intenso, non riuscendo a trovare altro sfogo, conduca alla sessualizzazione delle pulsioni sociali, con la conseguente perdita della sublimazione, realizzata nel corso dell'evoluzione. Le nostre analisi ci rivelano che i paranoidi lottano per difendersi da tale sessualizzazione delle loro cariche psichiche istintuali sociali, per cui siamo indotti a supporre che il punto di minore resistenza del loro sviluppo debba trovarsi negli stadi dell'autoerotismo, del narcisismo e dell'omosessualità, stadi nei quali si dovrà trovare anche la predisposizione alla malattia, predisposizione che, forse, potrebbe essere definita con maggiore esattezza. Analoga disposizione dovrebbe essere riconsociuta anche nei pazienti affetti da dementia precox  o schizofrenia." [Il caso di Schreber. Osserazioni psicoanalitiche sul resoconto autobiografico di un caso di paranoia, Freud, 1911]

martedì 24 aprile 2012

La lingua schizofrenica

[...]Infatti scrivevo in "lingua" cioè, nel mio linguaggio segreto, usando espressioni e parole che sorgevano improvvisamente in me o che io stessa costruivo; poiché non mi sarei mai sentita in diritto di scrivere con parole vere. In questo caso la Regina avrebbe avuto il diritto di punirmi, poiché le lamentele che le indirizzavo erano accusatrici e ostili. Quando scrivevo in "lingua" mi indirizzavo alla vera Mamma, alla Mamma delle mele che amavo e che mi amava. Ma la vera mamma non poteva comprendere, poiché la Regina onnipotente e temibile l'aveva completamente sostituita. [...] Ebbi ancora crisi di colpevolezza; in quei momenti il mio dolore morale era infinito e piangevo per ore gridando "Raite, raite, raite, was habe ich gemacht?". Esprimevo spesso le mie lamentele in "lingua", usavo cioè parole incomprensibili, di cui alcune si ripetevano continuamente, come: "ichtiou, gao, itivarè gibastou, Ovèdè, ecc.". Non mi sforzavo ad inventarle; venivano spontaneamente e non significavano nulla per conto loro; erano il tono, il ritmo e la pronuncia che possedevano un senso. Mi lamentavo con queste parole esprimendo il profondo dolore e l'infinita desolazione che avevo in cuore. Non usavo le parole abituali poiché il mio dolore e la mia desolazione non avevano un oggetto reale. [Da Diario di una schizofrenica, Marguerite A. Sechehaye]

La lingua savant

Il rapporto che ho con la lingua è estetico, nel senso che trovo alcune parole o combinazioni di parole particolarmente belle e stimolanti. A volte leggo e rileggo una certa frase per le sensazioni che suscita in me. I sostantivi sono le mie parole preferite, perché sono le più semplici da visualizzare. Ho un ottima memoria visiva, e quando leggo una parola o una frase chiudo gli occhi e la visualizzo, dopodiché la ricordo perfettamente. Vi sono alcuni aspetti della lingua che trovo più problematici di altri. Le parole astratte sono molto più difficili da capire per me e ho un'immagine mentale di ognuna che mi aiuta ad afferrarne il significato. Ad esempio la parola “complessità” mi fa pensare ad una treccia di capelli con varie ciocche che formano un insieme composito. Allo stesso modo la parola “trionfo” evoca nella mia mente l'immagine di un grande trofeo dorato. Se sento parlare del “trionfo elettorale” di un politico, immagino quest'ultimo che solleva un trofeo sopra la testa come l'allenatore di una squadra di calcio. Alcune strutture sintattiche sono particolarmente complicate da analizzare per me, come: "non è inesperto in queste cose", dove le due negative (non e in) si annullano. Da bambino trovavo decisamente oscure le espressione idiomatiche. Quando sentivo che qualcuno aveva del fegato pensavo: ma non lo abbiamo tutti il fegato? […]
Da bambino accarezzai per anni l'idea di creare una lingua tutta mia per alleviare la mia solitudine e godere del piacere che provavo giocando con le parole. A volte, quando sentivo un'emozione particolarmente forte o mi trovavo di fronte a qualcosa di molto bello, nella mia mente si formava spontaneamente una parola nuova che non avevo idea da dove venisse. Allo stesso modo, trovavo spesso al lingua dei miei coetanei stridente e confusa. Venivo preso in giro perché usavo frasi lunghe, accurate ed eccessivamente formali e, quando ricorrevo a uno dei miei neologismi per esprimere ciò che sentivo, non venivo quasi mai capito. I miei genitori mi dicevano di smettere di "parlare di modo strano". Malgrado ciò, continuai a sognare che un giorno avrei parlato una lingua tutta mia che mi avrebbe aiuto ad esprimermi compiutamente e che non sarei stato preso in giro o rimproverato per il fatto di utilizzarla. Quando smisi di studiare mi resi conto che avevo il tempo di perseguire seriamente quell'idea. Scrivevo le parole che mi venivano in mente e sperimentavo diverse possibilità di pronuncia e di costruzione delle frasi. Battezzai la mia lingua "manti" dal finlandese “manty” che significa pino. Molte delle parole del manti sono di origine baltica e scandinava cosi come i pini sono originari dell'emisfero boreale e sono particolarmente diffusi in Scandinavia e nella regione baltica. Ma c'è un altro motivo per la scelta di questo nome: i pini crescono spesso insieme in grandi gruppi e simboleggiano l'amicizia e la collettività.
Il manti è provvisto di una sua grammatica e di un vocabolario composto da oltre mille parole, ed è in continuo divenire. Ha attratto l'interesse di numerosi studiosi del linguaggio che ritengono possa contribuire a far luce sulle capacità linguistiche che condivido con altri savant.
Uno degli aspetti che amo di più di giocare con la lingua è la creazione di nuove parole e idee. Nel manti cerco di fare in modo che le parole riflettano i rapporti fra cose diverse: “hamma” (dente) e “hemme” (formica, un insetto che morde) e “rat” (cavo) e “ratio” (radio). Alcune parole hanno significati multipli e correlati: “puhu”, ad esempio, può significare vento, respiro e spirito.
Il manti possiede molte parole composite: “puhekello” (telefono, letteralmente “campana parlante”), “ilmalav” (aeroplano, letteralmente “nave dell'aria”) “tontoo” (musica, letteralmente “arte del tono”) e “ratalo” (parlamento, letteralmente “luogo di discussione”) .
Quanto ai termini astratti, vi sono diversi modi per esprimerli. Uno è la creazione di un composto: il concetto di ritardo si traduce con “kellokult” (letteralmente “debito di orologio”). Un altro metodo consiste nell'utilizzare coppie di parole, come avviene in estone, lingua appartenente al ceppo ugro-finnico. L'equivalente del manti del termine latticini è “pimat kermat” (latte e panne); quello di calzature è invece “koet saapat" (scarpe e stivali).
Sebbene il manti sia molto diverso dall'inglese, possiede molti termini facilmente riconoscibili dagli anglofoni come “nekka” (collo), “kuppi” (tazza) “purassi” (portafogli) “noot” (notte) e “pepi” (bimbo). Il manti è l'espressione tangibile e comunicabile del mio mondo interiore. Ogni parola, con i suoi colori e la sua consistenza è per me un'opera d'arte. Quando penso o parlo in manti è come se dipingessi con le parole. [Da Nato in giorno azzurro, Daniel Tammet]

martedì 31 gennaio 2012

Riepilogo

Un breve riepilogo di quanto esposto in questi mesi: In primo luogo si è parlato di come le parole siano "metri di automisura", ossia di come si riferiscano unicamente a sé stesse nell'universo testuale, diversamente da eventi mentali e fisici che appartengono ad universi extratestuali. Successivamente, nell'ambito della linguistica cognitiva, si è cercato di inserire in una cornice teorica i collegamenti interuniversali attraverso la nozione di operazioni di costruzione.
Si è cercato, attraverso uno scritto di Frege di fare luce sulle relazioni che intercorrono tra i diversi aspetti del linguaggio (segni, significato, senso e rappresentazione) e successivamente è stata presentata la categorizzazione, fondata sul paradigma adposizionale costruttivo, che permette di assegnare i diversi gruppi morfemici di un testo a quattro categorie fondamentali: verbanti (le azioni), stativi (gli enti), circostanziali (i modificatori dei verbanti) e aggiuntivi (i modificatori degli stativi).
Sono stati poi approfonditi alcuni aspetti teorici particolarmente importanti: lo statuto ontologico ed epistemologico della parola, il metodo Freudiano di analisi dei fenomeni mentali e alcune osservazioni epistemologiche sulla struttura della teoria freudiana.
Dopo queste precisazioni teoriche è stata presentata una modalità di analisi grammaticale del trascritto, discusse le convergenze tra contenuto e struttura del testo, finendo poi per presentare le categorie di analisi grammaticale normative proposte dal Conversazionalismo.
Si è passati ad una modalità di analisi basata su marcatori verbali presentando il modello del ciclo terapeutico di Mergenthaler. Si è deciso, prima di presentare una analisi del trascritto basato su una grammatica descrittiva, poi di approfondire una critica all'analisi del trascritto in psicoterapia.
Infine, conclude questo riepilogo una analisi delle distinzioni fondamentali che si possono ritrovare fra le diverse tipologie di conversazione e le diverse modalità di percezione della conversazione.

Bibliografia

  • Analisi conversazionale costruttiva: Per una applicazione alla psicoterapia Federico Gobbo, 2011
  • Constructive Adpositional Grammars: Foundations of Constructive Linguistics Federico Gobbo, Marco Benini 2011)
  • La ricerca in psicoterapia, Dazzi, Lingiardi 2006
  • Alcune osservazioni epistemologiche sulla struttura della teoria freudiana, Nicolò Gaj e Giuseppe lo Dico, 2008
  • Costruzioni nell'analisi, Freud 1937
  • Creare il mondo sociale, Searle 2010
  • Strumenti per l'analisi dei testi. Introduzione all'uso di T-Lab Lancia F. 2004
  • L'analisi computerizzata del processo terapeutico M. Casonato, F. Gallo 2005
  • La conversazione Immateriale G. Lai 1995
  • Linguistica cognitiva Croft W., Cruse D. 2004
  • Il cambiamento imperfetto P. Colucci 2000
  • I discorsi dei media e la psicologia sociale M, Mazzara 2008

lunedì 30 gennaio 2012

Ulteriori distinzioni: la lettura cinestetica

Lo scritto di oggi si discosta dalla consuetudine stilistica che ho deciso di operare in questo blog, ossia di parlare esclusivamente per citazioni, o comunque leggeri riadattamenti di testi altrui.
Si tratta di poche precisazioni, o meglio ulteriori distinzioni a partire da quelle fondamentali rintracciate nell'ambito del Conversazionalismo fra conversazione materiale e conversazione immateriale. La prima si rifà alla conversazione tra due interlocutori in carne ossa, in un tempo e luogo definiti, la seconda invece riguarda la conversazione in differita, quando il Conversazionalista rivolge l'attenzione a conversazioni passate conservate nella propria memoria o su di un trascritto. In questo caso ci si ritrova in un universo eterogeneo al primo, dove lo spazio perde di importanza e il tempo cronologico lascia spazio al tempo logico.
Da questa distinzione appare chiaro che gli elementi ai quali il Conversazionalista presta attenzione cambiano: all'interno dell'universo immateriale sono le morfologie grammaticali ad avere importanza, si rivolge l'attenzione alla forma grafica del trascritto, a particolari ricorsività nell'uso dei tempi verbali e dei modi, alla predilezione per le principali o per le subordinate e per il tipo di subordinata, sia finale, causale, temporale o modale.
Le categorie utilizzate per codificare il trascritto sono quelle dalla grammatica normativa o qualora si preferisse di una grammatica descrittiva utilizzando modelli propri della linguistica cognitiva o il paradigma generativo-trasformazionale Chomskyano.
Ma in questa sede vorrei porre l'attenzione ai canali sensoriali attraverso i quali le parole vengono recepite dall'ascoltatore. Nella conversazione materiale, quando si ascoltano in diretta le parole dell'altro, le afferenze sensoriali sono primariamente uditive nel il contesto delle afferenze visive (la posizione e la mimica dell'altro oltre ad alcune caratteristiche del suo vestiario e del portamento ad esempio). Quando il Conversazionalista riprende in mano un foglio di carta su cui è stato trascritto il contenuto della conversazione, avviene una perdita, o un salto, fondamentale: le afferenze uditive vengono perse, e le afferenze visive hanno il ruolo primario, è la forma del trascritto a suggerire il senso del discorso, la punteggiatura, i segni prosodici fanno da contesto alla lettura.
Rimangono altre due forme di ascolto eterogenee rispetto alle prime due, in particolare quando il Conversazionalista riprende dalla propria memoria conversazioni passate, magari da pochi secondi, quando ancora sta ascoltando le parole del suo interlocutore e contemporaneamente rivolge l'attenzione alle parole appena dette, alla loro declinazione, ai modi verbali e ai loro tempi.
Questa forma di percezione, il ricordare, si discosta dalle precedenti, è ad appannaggio del solo pensiero e su come questa forma di conversazione interiore si svolga, e quali sensi siano in gioco, è per me un mistero e oggetto di interesse. Ma un'ultima forma di lettura o di ascolto della conversazione colpisce la mia attenzione: quando il Conversazionalista riascoltando le parole del proprio interlocutore le trascrive su di un foglio di carta, oppure a partire da un trascritto le ordina secondo le categorie di analisi che ha deciso di adoperare. Questa forma di lettura non è riconducibile a quelle precedenti, in questo caso la conversazione non chiama in causa solo le afferenze uditive e visive, ma anche le efferenze cinestetiche, il muovere il braccio, la mano su di un foglio di carta o sulla tastiera di un computer, metaforicamente le parole scorrono dai sensi lungo il corpo, con una incognita influenza che non sento trascurabile.


venerdì 27 gennaio 2012

La conversazione materiale e immateriale

Nella lettura di quanto proposto da Giampaolo Lai (1995) all’interno del testo “La conversazione immateriale” mi hanno colpito alcuni discorsi capaci di chiarire aspetti fondamentali dell’analisi linguistica del parlato e della sua trascrizione. Tali aspetti sono più delle distinzioni che delle definizioni, distinzioni tra i diversi approcci al dato linguistico nella conversazione. Una primo distinguo è tra lettura materiale (la trascrizione che avviene su foglio di carta) e la lettura immateriale quando si rivolge l’attenzione alla propria memoria, nella prima forma di lettura ci troviamo nell’universo visivo materiale, dove abitano i fogli di carta, nel secondo caso ci troviamo nell’universo visivo immateriale, dove le categorie del tempo e dello spazio cessano di avere importanza.
Le conversazioni che accadono in una unità di tempo materiale, tra gli interlocutori, ciascuno dei quali ascolta in diretta le parole dell’altro sono dette conversazioni materiali, tra persone materiali in carne ed ossa abitanti uno spazio materiale ben individuabile, un tempo del calendario e dell’orologio definiti, dove si scambiano parole e silenzi suscettibili di venir registrati in un qualsiasi registratore
Terminata la conversazione materiale catturata dal registratore, dopo un’ora, un giorno, un mese, il Conversazionalista può premere l’apposito pulsante per riudire quanto è stato detto. Questa forma di conversazione non è più identica alla prima, in quanto sono andati perduti, rispetto all’ascolto in diretta della conversazione materiale, alcuni elementi di pertinenza soprattutto dei canali sensoriali visivi, come cenestesici e olfattivi. Non vi è più l’immagine retinica dell’interlocutore a fare da contesto alle parole scambiate, cessano di esistere le suggestioni derivanti dal profumo, dalla bellezza e dalla mimica di chi parla. Ma sono conservati quasi tutti i silenzi, le parole, sui quali il Conversazionalista può provare a cogliere elementi che sono sfuggiti nell’ascolto in diretta.
Ancora più forte è il salto che la conversazione fa, o il salto che le viene imposto, nel passaggio dal nastro registrato al trascritto, su dei fogli di carta o su un computer. Vi è un salto dall’universo acustico all’universo visivo, un salto irreversibile malgrado la possibilità di corredare le parole del testo trascritto con opportuni indicatori o simboli prosodici, dello stesso genere di quelli scritti in corsivo dall’autore di un’opera teatrale a uso degli attori e del regista. Tuttavia, nel testo scritto, la musica, il ritmo, il timbro, le cantilene assolutamente tipici della persona parlante, come potrebbero essere le sue impronte digitali, sono perduti. Lai evidenzia così tre salti, separati l’uno dall’altro da intervalli più o meno lunghi, ore, giorni mesi, i salti dalla conversazione materiale originale all’ascolto materiale, delle conversazione registrata su microcassetta, alla lettura materiale del testo della conversazione trascritta su carta o sul display di un computer.
Ma queste distinzioni non sono le ultime, mentre il Conversazionalista ascolta le parole che via via vengono dette, nell’universo materiale acustico, il Conversazionalista nello stesso tempo legge, in differita, nell’universo visivo immateriale, nei floppy disk della sua memoria, le parole che gli sono state dette, e che ha ascoltato, in diretta, un istante, qualche secondo prima. Così la mente del Conversazionalista, oscilla in due universi, come oscilla la vista nelle figure ambigue, o vaso o volto, mai tutte due assieme, tra l’universo materiale acustico e l’universo immateriale visivo.
Da quanto detto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che il passaggio, dall’ascolto del testo nell’universo acustico della conversazione materiale, alla lettura, nell’universo visivo della conversazione immateriale, del trascritto in qualche memoria, non è dello ordine di una traduzione, da una lingua ad un’altra, di un oggetto che resta il medesimo. Il salto di cui stiamo parlando ci porta da un universo ad un altro universo funzionalmente eterogeneo rispetto al primo, ciascuno dei due essendo retto da leggi e basandosi su categorie estranee o opposte a quelle dell’altro. Intanto, l’universo acustico dell’ascolto materiale è dominato dalla categoria del tempo, del tempo materiale cronologico, del calendario e dell’orologio, in cui i fonemi prendono corpo e vita per muoversi nei canali acustici dove variamente combinandosi producono suoni e musiche particolari. L’universo della lettura immateriale è invece dominato dalla categoria dello spazio, in cui i grafemi balzano agli occhi nell’istante limite del flash. Se anche le parole che si concatenano nelle frasi e nei periodi sono rette dalla consecutio temporum, si tratta di un tempo logico, non cronologico, nell’universo visivo immateriale. Ma, soprattutto, nell’universo acustico dell’ascolto materiale è questione di concrete persone materiali, in carne e ossa, tra le quali avvengono azioni materiali, concrete, inserite nello spazio fisico e nel tempo materiale. Nell’universo visivo della lettura immateriale è questione di soggetti grammaticali e di predicati verbali. E’ il salto dall’universo abitato da persone concrete e dalle loro azioni, all’universo dei soggetti grammaticali e dei predicati verbali, che sancisce il salto decisivo tra conversazione materiale e la conversazione immateriale [riadattamento da: La conversazione Immateriale, Giampaolo Lai, 1995]

mercoledì 18 gennaio 2012

Un esempio di analisi descrittiva del testo

Precedentemente ho trattato dell'analisi grammaticale del trascritto secondo le metodologie proprie del Conversazionalismo, in questa sede vorrei proporre una analisi del medesimo caso condotta attraverso una grammatica descrittiva in contrapposizione ad una analisi grammaticale normativa. Sui possibili vantaggi che questa metodologia alternativa comporta discuterò in un'altra sede. In questo caso vorrei focalizzare l'attenzione su un particolare approccio al trascritto basato sulla linguistica cognitiva ed elaborato nel testo Constructive Adpositional Grammars: Foundations of Constructive Linguistics (Gobbo, Benini 2011), per una sua prima applicazione al trascritto clinico: Analisi conversazionale costruttiva: Per una applicazione alla psicoterapia (Gobbo, 2011).



Verbante

Valenza

X

Y

Z




So

ricorda

sono tagliato

sono rimasti

ero venuto

avevo sospeso

sono rimasto

fare

non fare

è trascinata

avevo detto

avevo avuto

avevano tranquillizzato

dicendo

era

sono venuti

hanno dovuto asportare

è

è

hanno fatto

stanno facendo

dovrebbe finire

è

ho capito

non è

speriamo

siano andate

sono andate

speriamo

faccia


(Io)

lei

(Io)

Loro

Io

(Io)

(Io)

-

-

La cosa

(Io)

(Io)

Loro

Loro

Tutto

Linfonodi

Loro

La situazione

Essa

Loro

Loro

Essa

Essa

(Io)

Essa

Noi

metastasi

esse

noi

terapia

Se ricorda

-

i capelli

-

-

-

-

-

-

Se stessa

avevo avuto melanoma

una operazione

-

-

a posto

fuori

-

grigia

metastasi

-

una chemioterapia

-

un ciclo

-

una terapia

altre metastasi

in giro

ci

-

fuori

-

-

-

-

-

-

-

-

-

-

a lei

-

a me

a me

-

-

-

-

-

a me

a me

-

-

-

-

-

-

-

-

-



Tabella 1: Il punto di arrivo di un’Analisi Conversazionale Costruttiva.

La tab. 1 rappresenta il punto di arrivo di una analisi conversazionale costruttiva, in questo caso ci si è limitati ad inserire solo alcuni degli aspetti che questa analisi mette in evidenza. Come espresso in precedenza, il verbante rappresenta il parallelo percettivo di un’azione, di un movimento. X, Y e Z rappresentano invece i referenti (gli oggetti e persone) che abitano questo spazio e saturano la valenza del verbo. Per raggiungere questa tabella si è prima passati ad evidenziare tutti i verbanti del testo, una volta identificati si è passati ad attribuire un punteggio di valenza, ossia ad osservare quanti referenti ammette quel particolare verbo. Una volta identificato tale valore con l’ausilio di un vocabolario [Gobbo, 2011], si ricerca all’interno di ogni enunciato retto da quel particolare verbante i referenti corrispondenti. Segnandoli rispettivamente alla colonna che gli compete, X quando rappresentano il soggetto, Y quando rappresentano l’oggetto e Z quando rappresentano beneficiario di un’azione. Anche in questo caso si nota, subito e a colpo d’occhio, come fra gli attanti X dopo il 12 verbante, non compare più l’Io, mentre si popola di loro, linfonodi, situazioni etc. L’agenticità non è più dell’io, ma dell’altro, e l’io per ben tre volte, viene rilegato al ruolo di Attante Z, che come diremo rappresenta il dativo per la grammatica tradizionale, mentre per quella cognitiva rappresenta l’ente che vede modificato il proprio status dal processo messo in atto dall’Agente. Vediamo quindi come l’analisi conversazionale costruttiva, fra i diversi aspetti di un trascritto, rende esplicita l’afferenza o meno dei predicati all’io delle frasi, ma oltre ad evidenziare questo, permette di osservare come si comportano gli altri attanti nel discorso, non è più solo questione di soggetti, ma anche di oggetti e beneficiari di una predicazione.

La tabella in allegato rappresenta un esempio, per praticità di presentazione sintetico di analisi CoCAL. Per ora non è necessario conoscere il significato dell’intestazione o dei diversi simboli presenti nelle colonne Adp. Basti sapere che, i gruppi morfemici che si trovano a livelli maggiori, sono gruppi morfemici ai quali il soggetto solitamente assegna più importanza, in termini propri della Linguistica Cognitiva ai quali il soggetto assegna la salienza maggiore. Inoltre sono i gruppi morfemici che il soggetto ha specificato e dettagliato in misura maggiore. E’ suggestivo, nello spazio visivo della conversazione, notare come, anche in questo caso a partire dal verbante evidenziato “avevo avuto una piccola operazione per un melanoma” la struttura stessa della narrazione cambia, in precedenza compatta, formata da frasi semplici puntuali, successivamente diventa più articolata, ogni singolo elemento della scena viene maggiormente dettagliato e posto in una posizione di salienza sempre maggiore.

Le frasi, prima una isolata dall’altra, vengono ora incastonate una dentro l’altra, come nel tentativo di riempire la scena di dettagli, dettagli che finiscono per confondere la narrazione più che per migliorarla. Suggestive sono in questo senso le immagini collocate ai livelli di salienza più alta: “Non è una terapia sicura” e “la situazione è un pochino grigia”; queste sono il risultato di due catene di traslazione nelle quali nel tentativo di fornire spiegazione su spiegazione, dettaglio su dettaglio, Lucio termina sempre allo stesso punto, in uno scenario di incertezza e indeterminazione, che è il solo oggetto della sua attenzione, il referente al quale implicitamente e inconsapevolmente Lucio assegna maggiore importanza.

La morte del soggetto grammaticale

• Totale N = 94

• Reggenza N = 6 = 6 %

• Attanzialità N = 33 = 35.%

– Agenti = 9 = 10%

– Oggetti = 22 = 23 %

– Termine = 3 = 3%

• Modificazione N = 49 = 52%

– Circostanziali = 40 = 42%

– Aggiuntivi = 9 = 10%

Questo calcolo delle frequenze dei gruppi morfemici utilizzati dal parlante ci informa sulle sue modalità linguistiche di organizzazione della scena percettiva che sta narrando. Riprendendo la tassonomia a quattro caratteri grammaticali (Verbanti, Attanti, Circostanziali e Aggiuntivi), paralleli linguistici di movimenti, personaggi, circostanze e caratteristiche dei personaggi emergono alcune peculiarità di questa modalità narrativa. Il soggetto sembra polarizzare la sua narrazione nella modificazione (52%) degli eventi che sta raccontando, ossia è concentrato sul contesto di quanto dice più che sul ciò che sta effettivamente accadendo. In particolare, nella sua modalità di descrizione degli eventi appare concentrato presentemente sulle circostanze (Circostanziali = 42%) che sulle caratteristiche degli Attanti (Aggiuntivi = 9%).

Approfondendo l’analisi, dividiamo in 2 parti il segmento di testo analizzato, in particolare analizzando assieme i periodi che si sviluppano intorno ai reggenti 1, 2, 3, 6 (caratterizzati dalla presenza dell’io) e 4 e 5 (caratterizzate dall’eclissi dell’io).

Eclissi dell’io

Presenza dell’io

Totale = 51

Reggenti = 2 = 4%

Attanti = 17 = 33%

X= 12 = 24%

Y = 14 = 27%

Modificatori = 32 = 63%

ESUI = 26 = 51%

ASUO = 6 = 12%

Totale = 40

Reggenti = 3 = 7 %

Attanti = 19 = 47 %

X = 10 = 25%

Y = 9 22%

Modificatori =18 = 45%

ESUI = 15 = 37%

ASUO = 3 = 8%

Da questo confronto appare lecito ipotizzare una relazione fra tasso di modificazione circostanziale ed eclissi dell’io, almeno per quanto riguarda questo parlante. Infatti sembra ipotizzabile che assieme alla scomparsa dell’agenticità all’interno del discorso avvenga uno spostamento sulle circostanze della narrazione, più che sui referenti e le azioni che in questa narrazione vengono descritte. La stessa struttura grammaticale cambia, il soggetto organizza durante l’eclissi dell’io 51 gruppi morfemici su due reggenti, con tasso di reggenza quindi del 4%, viceversa, tale tasso di reggenza quasi raddoppia in presenza dell’io, dove su 40 gruppi morfemici i reggenti sono tre (7% su 40 gruppi morfemici) [Tesi Magistrale: Geometrie Grammaticali, Preziosi R, 2011].

giovedì 5 gennaio 2012

Una critica all’analisi del trascritto in psicanalisi

- Una volta che il testo della seduta è reso pubblico il materiale può essere letto da infiniti punti di vista quindi abbiamo tanti testi quanti sono i lettori.

Questo argomento è sostenuto dalla corrente di pensiero ermeneutica della psicoanalisi. In risposta a questa posizione gli autori sottolineano innanzitutto che l’ermeneutica è una disciplina che si basa sull’interpretazione di un testo e che senza i trascritti delle sedute vedrebbe a mancare proprio il testo su cui gli ermeneutico poggiano le loro posizioni. Mancherebbe dunque la fonte primaria, il testo della seduta, da sottoporre a critiche e interpretazioni secondo i loro metodi e si disporrebbe solo di fonti di seconda mano rappresentate dai resoconti clinici forniti dal terapeuta.

Inoltre anche le affermare che la psicanalisi è una disciplina ermeneutica non elude la necessità della ricerca empirica. Infatti sia gli assunti fondamentali, sia le controversie generate da differenti interpretazioni richiedono una verifica empirica per essere convalidati. Il richiamo ermeneutico alla centralità dell’interpretazione della soggettività non devo portare alla conclusione per cui necessariamente si arriverà a cuna condizione in cui avremo tanti testi quanti sono i lettori. Infatti l’interpretazione è sempre disciplinata da standard o regole interpretative condivise da un gruppo di analisti o da una scuola di pensiero. E’ importante però che gli standard, i dati e le regole su cui gli analisti in questione si sono formati siano resi pubblici. [La ricerca in psicoterapia, Dazzi, Lingiardi 2006]

martedì 3 gennaio 2012

L'analisi del trascritto terapeutico tramite marcatori verbali

Questo testo vuole rappresentare una breve sintesi delle metodologie di codifica del testo elaborate da Mergenthaler nello studio dei cicli terapeutici. Il modello proposto mira a fornire uno strumento informatico in grado di evidenziare all’interno del trascritto i momenti chiave o le buone ore, sinonimo di insight. Tali momenti risultano essere quei momenti nei quali una struttura resistente al cambiamento si sgretola all’interno della mente del paziente permettendogli di proseguire in modo nuovo nei suoi discorsi. All’interno del modello sono prese in considerazione 4 variabili: Emozione, Astrazione, Polarità emotiva (positiva o negativa) e stile narrativo. Centrale nella comprensione del modello di Mergenthaler è il fatto che non è una particolare configurazione statica nel tempo di queste variabili a segnalarci la buona ora che è al contrario segnalata da un particolare pattern in cui valori significativi di queste variabili si presentano in un preciso ordine temporale. Scopo di questo breve elaborato di sintesi è evidenziare le modalità attraverso le quali sono stati costruiti i dizionari usati nella codifica automatica del trascritto.

giovedì 29 dicembre 2011

La misurazione grammaticale

La grammatica si misura attraverso alcune categorie morfologiche di verbi che Lai
ha identificato nelle seguenti:

1.Predicati afferenti all’io,
2.Predicati al modo infinito,
3.Predicati al modo gerundio,
4.Predicati ai modi indefiniti,
5.Predicati al modo condizionale,
6.Predicati al modo congiuntivo,
7.Predicati al tempo presente,
8.Predicati ai tempi passati,
9.Predicati al tempo futuro,
10.Predicati al tempo imperfetto,
11.Predicati in forma negativa,
12.Predicati introdotti dalla locuzione “come se”.

Il testo di Lai che ci presenta il quadro più aggiornato del Conversazionalismo è sicuramente La conversazione immateriale, testo che completa l’excursus Conversazionalista, inaugurato da La conversazione felice, proseguito con Conversazionalismo e che ha un’importante cornice in Disidentità. Ne La conversazione immateriale, Lai ci fornisce una serie di indicazioni di tipo
statistico in riferimento alle varie morfologie grammaticali, enucleando per le varie categorie grammaticali, tutta una serie di significati che danno ragione delle alte o basse percentuali di partenza delle suddette morfologie. Consideriamo le varie indicazioni che abbiamo tratto dai vari commenti di Lai lungo il testo sopra citato. Per comodità elencheremo le morfologie di maggior pertinenza per la nostra ricerca, raggruppandole in gruppi omogenei rispetto al significato attribuitogli. Vediamole brevemente:

- Predicati afferenti all’io. Questi predicati rafforzano la determinazione del soggetto(1995:30), vale a dire segnalano un atteggiamento decisivo verso i vari problemi che si pongono; viene sempre considerata positiva un’alta percentuale di predicati afferenti all’io. Di contro un’assenza prolungata di questa morfologia, definita “eclissi dell’io”, è considerata un’affezione del soggetto grammaticale, effetto di una minaccia al corpo mortale o di un qualsiasi stato di scacco dell’ io. Lai per quanto riguarda gli afferenti all’io definisce bassa una quota del 23%, mentre il 28% è già inserito nella parte medio-alta.
- Predicati ai modi infiniti, gerundi e indefiniti. Costituiscono l’altra faccia della precedente categoria; rendendo indeterminati i soggetti dei predicati e contribuiscono all’eclissi dell’io. Alte percentuali sono segnali negativi. Per i predicati al tempo infinito, il 19% è già considerata una quota alta; per i predicati al tempo gerundio Lai non da indicazioni; mentre per gli indefiniti, inizialmente definisce alta la quota del 19%, più tardi il 36% appare una percentuale intermedia, è quindi più attendibile un’successiva indicazione che segnala il 38% come considerevole.
- Predicati al tempo presente. Il presente è il tempo che lega il significato del verbo alla contingenza delle cose come stanno, impedendogli di spaziare in universi possibili. L’alta percentuale di presenti è indice dell’attività di un “copione” cui la condotta del paziente tende, o meglio, è costretta ad uniformarsi; il comportamento copionale segnala una sofferenza del soggetto: è, infatti la risposta cosiddetta alla domanda “come se ne esce?”. L’universo reale del presente è caratterizzato da una certezza: il corpo mortale soffre ed è destinato a morire; questa certezza pervade il presente e sicuramente i motivi narrativi - le abduzioni del paziente che cerca, ma non trova, risposta alla domanda “come se ne esce?. E’ considerato un buon risultato, per questo, il passaggio da alte a basse percentuali di tempi presenti, magari in favore dei predicati finzionali. In questo caso il paletto superiore è posto al 50%.
- Predicati al tempo passato. Come il presente, il tempo passato segnala la difficoltà di affacciarsi all’universo del possibile; questa volta però il significato del predicato è collegato alla necessità delle cose che sono accadute nel passato. Questo avviene quando i motivi narrativi centrali, le abduzioni del paziente, e soprattutto la domanda “come se ne esce?”, si riferiscono ad accadimenti o a stati di cose del passato così permeanti che condizionano tutta la vita del paziente. Come nel caso dei predicati al tempo presente, anche per i predicati al tempo passato è un buon segno una bassa percentuale; non è mai commentata una percentuale alta; il 7% è visto come una percentuale sicuramente bassa.
- Predicati al modo condizionale, al congiuntivo, al tempo futuro e introdotti dalla locuzione” come se”. Sono definite morfologie finzionali e sono le morfologie che Lai considera più positive perché segnalano una risposta alla domanda “come se ne esce”? Queste segnalano un ”estasi “dalla contingenza del presente e dalla necessità del passato, e soprattutto, l’apertura verso universi possibili diversi da quello reale, dove non c’è, rispetto a quest’ultimo, sofferenza, ma felicità. Per quanto riguarda queste morfologie, Lai stabilisce, per il futuro il 3% come alta percentuale; per il congiuntivo il 13%, come percentuale rilevante; e per i predicati al tempo condizionale la percentuale più alta trovata da Lai viene fissata al 13%. Per quanto riguarda i predicati introdotti dalla locuzione “come se” si definisce elevatissima la quota corrispondente al 12%. [Scritto senza titolo, anonimo]

mercoledì 28 dicembre 2011

Sulle convergenze fra struttura linguistica e temi narrativi.


Quello di oggi è solo un esempio di questo fenomeno che considero esaltante quanto enigmatico sulla natura del linguaggio e delle relazioni che intercorrono fra le sue parti. In allegato è presente un estratto di testo ripreso dal libro: Trattato del ciclo terapeutico, Mergenthaler, Casonato, 2009.
Tale estratto di testo descrive le variabili presenti nel modello del ciclo terapeutico: la quantità di astrazione, emozione ed stile narrativo. Fra queste mi preme evidenziare la definizione di stile narrativo che caratterizza quelle porzioni di testo in cui è presente un elevato livello immaginativo, tipico dei racconti, dei sogni, dei ricordi o di episodi significativi.
E’ singolare il fatto che proprio quella porzione di testo che spiega la definizione di stile narrativo sia caratterizzato da un picco di questa variabile (in figura rappresentata dalla linea sopra il grafico nei blocchi 4 e 5). Il tema del discorso è stato ereditato dalla struttura del discorso stesso, dove l'autore affronta il tema dello stile narrativo inizia ad utilizzare un registro linguistico caratterizzato da tale stile.
Giampaolo Lai a queste convergenze ha dedicato gran parte del suo lavoro come Conversazionalista. Tali convergenze però sono state rintracciate tra temi narrativi e struttura grammaticale. La medesima convergenza è stata trovata in questa sede, ma con metodologie di analisi completamente diverse. Quello che è stato proposto in questa sede è un dato di fatto il cui significato non mi è completamente raggiungibile.

lunedì 26 dicembre 2011

Un esempio di approccio grammaticale al trascritto

Accanto alle motivazioni prevalentemente concettuali, che giustificano il ruolo centrale dato all’analisi linguistica e ad altre motivazioni di natura più strettamente metodologica, mi preme evidenziarne ulteriori di ordine pragmatico. Per raggiungere questo scopo si propone un lettura delle morfologie grammaticali, secondo le metodologie evidenziate da Giampaolo lai di un piccolo estratto di trascritto presente nel libro La Conversazione Immateriale [Lai, 1995]. In particolare si vuole rilevare la frequenza dei pronomi di prima persona, gli io delle frasi, i soggetti grammaticali, rispetto ad altri nomi e pronomi. Verrà in un'altra occasione proposta un’analisi conversazionale costruttiva, per verificare da una parte la possibilità di arrivare alle medesime conclusioni, dall’altra di evidenziare come questa modalità di analisi, se pur più dispendiosa, permetta di rappresentare in modo più dettagliato come il soggetto si rappresenta una particolare scena che sta raccontando.

LUCIO: Dunque non so se si ricorda.
Mi sono tagliato un po’ i capelli, sono più o meno rimasti e io ero venuto due anni fa e avevo poi sospeso sono poi rimasto indeciso se fare qualcosa se non fare qualcosa la cosa si è poi trascinata e le avevo poi detto che avevo avuto una piccola operazione per un melanoma su cui mi avevano tranquillizzato dicendomi che tutto era a posto invece due mesi fa sono venuti fuori tutta una serie di linfonodi che hanno dovuto asportare e quindi la situazione adesso è un pochino grigia. E’ una metastasi del melanoma e purtroppo
Fatto sta che adesso mi hanno fatto mi stanno facendo una chemioterapia che dovrebbe finire tra un mese è un ciclo di sei mesi e allora da quanto ho capito non è una terapia particolare sicu, garanzie insomma cioè speriamo che non siano andate altre metastasi in giro e se ci sono andate speriamo che questa terapia le faccia fuori Se no
CONVERSAZIONALISTA: Mi dispiace
LUCIO: E allora alterno momenti di come può immaginare si come può immaginare, di , determinazione di speranza a momenti di ho paura di queste cose eccetera. [Lai, 1995, p.37]


Il motivo narrativo di questo breve brano si coglie in modo “Netto e tremendo”, come scrive l’autore, e si potrebbe riassumere in questa frase: se prima ero incerto tra fare e non fare, ora mi trovo di fronte alla possibilità di vivere o morire. Un motivo narrativo semplice e chiaro a disposizione non ambigua del Conversazionalista che avrebbe potuto restituirlo a Lucio nei tempi e nei modi suggeriti dalla sua sensibilità e dal suo tatto. Ma il Conversazionalista, mentre ascoltava in diretta le parole di Lucio, appare soverchiato: “come se l’orrore delle parole materiali pronunciate avesse bloccato la registrazione immateriale delle medesime parole. […] Il Conversazionalista, interamente catturato dalla materialità degli spazi acustici e dai motivi narrativi che ne originavano, legati direttamente alle parole materiali ascoltate, aveva visto momentaneamente interrotta la via di accesso alle morfologie grammaticali” [Lai, 1995, p.38-39].

Come si riscontra dal testo, in questo frangente il Conversazionalista si era mostrato incapace di qualsiasi restituzione. Aveva soltanto offerto il dubbio dono di una sua propria emozione articolata oltretutto in maniera sicuramente inadeguata. “Mi dispiace” è una formula adatta per rispondere a qualcuno che ti dice di avere appena preso una multa, ma non conviene come risposta ad un interlocutore che ti annuncia di avere metastasi in giro per il proprio corpo.
Adesso contrapponiamo una lettura delle morfologie grammaticali [Lai, 1995] alla lettura del senso del discorso che nella sua tragicità si mostra solo in grado di intralciare il lavoro dell’Analista Conversazionale come officiante e custode della conversazione. Collochiamo ciascun predicato del testo in una linea, i predicati afferenti all’io al margine estremo sinistro e i predicati con altre afferenze rientrati di cinque spazi. Abbandoniamo l’universo acustico della conversazione, dove le polifonie narrative e i sensi del discorso soverchiano la capacità di restituzione del Conversazionalista per entrare nell’universo visivo della conversazione immateriale, dove non è più il senso ad essere il padrone, ma dove la forma grafica e le geometrie grammaticali saltano all’occhio suggerendo una chiave di lettura diversa.

1. io non so
2. ricorda
3. io mi sono tagliato
4. sono rimasti
5. io ero venuto
6. io avevo sospeso
7. io sono rimasto indeciso
8. fare
9. non fare
10 è trascinata
11.io avevo detto
12.io avevo avuto
13. avevano tranquillizzato
14. dicendo
15. era
16. sono venuti
17. hanno dovuto
18. asportare
19. è
20. è
21. hanno fatto
22. stanno
23 facendo
24 dovrebbe
25 finire
26. è
27. faranno
28. speriamo
29. non sia
30. io ho capito
31. non è
32. speriamo
33. non siano andate
34. se ne sono andate
35. speriamo
36. faccia

Ispezionando visivamente tale analisi delle morfologie si riscontra, quasi subito, una distribuzione non omogenea dei predicati afferenti all’io, infatti, se nelle dodici linee vediamo alternarsi in equilibrio quasi perfetto predicati afferenti all’io e predicati con altre afferenze, dopo la linea dodici e fino alla fine, vediamo, tranne per una sola eccezione alla trentesima, scomparire i primi. La scomparsa dell’io all’interno del discorso del paziente, è resa ancora più suggestiva dal fatto che in linea 12 tuona: “avevo avuto una piccola operazione per un melanoma”. Da questo momento in avanti l’io viene soverchiato da un “Loro”, che: Avevano, Sono venuti, hanno dovuto, hanno fatto, stanno facendo, faranno. Come scrive Giampaolo Lai:

“E’ difficile sottrarci alla suggestione, rafforzata certo dal modulo visivo di percezione, che dopo, aver pronunciato, nel nome di Lucio, la frase: “io avevo avuto una piccola operazione per un melanoma”, poi l’io rinunci al suo apparire nelle frasi per lasciare il posto agli altri, ai loro anonimi e impliciti, che dicono e fanno, asportano linfonodi e somministrano medicamenti al corpo mortale ormai nelle loro mani.” [Lai, 1995, p. 40-42]

Dall’analisi delle frequenza degli io nelle frasi, appare chiaro come il presentarsi nella scena del melanoma, di una affezione mortale di un corpo mortale, venga riflessa dalla scomparsa dell’agenticità, sia all’interno del racconto di Lucio, sia, ed è lecito ipotizzarlo, nella sua stessa mente. La paura della morte, trasforma Lucio, da soggetto che agisce, in dubbio tra il fare e non fare per i primi 12 predicati, ad oggetto che subisce, per i 24 predicati successivi, le manipolazioni di un loro impersonale, che dal passato al futuro sembra aver preso possesso del suo corpo. [Tesi Magistrale: Geometrie Grammaticali, Preziosi R, 2011]