lunedì 15 aprile 2013

"Sentirete, Nasten'ka, sentirete che in questi angoli vivono strane persone - sognatori. Un sognatore - se è necessaria una sua definizione precisa - non è una persona, ma, sapete, un essere di genere neutro. Si stabilisce il più delle volte in qualche angolo inaccessibile, come se ci si nascondesse perfino dalla luce del giorno, e quando poi si rifugia in casa, allora si radica al suo angolo come una lumaca, o, almeno, è molto simile in questo atteggiamento a quell'interessante animale che è animale e casa insieme, che si chiama tartaruga. Cosa ne pensate, perché ama tanto le sue quattro parti pitturate immancabilmente di colore verde, annerite, triste e intollerabilmente affumicate? Per quale motivo questo buffo signore, quando viene a trovarlo qualcuno dei suoi rari conoscenti (e finisce che tutti suoi conoscenti spariscono), per quale motivo questa buffa persona lo accoglie così confuso, così cambiato in volto e con un tale turbamento come se avesse appena commesso un delitto tra le sue quattro mura, come se avesse fabbricato banconote false, o poesie da mandare a una rivista con una lettera anonima nella quale si dichiara che il vero poeta è già morto e che un suo amico ritiene sacro dovere pubblicare i suoi versi? Perché Nasten'ka, ditemi, la conversazione di quei due interlocutori procede tanto a fatica? Perché non esce né una risata, né una qualche paroletta vivace dalla bocca dell'interdetto amico giunto all'improvviso che in altre occasioni ama molto le la risata, e la paroletta vivace, e i discorsi sul gentil sesso, e altri argomenti ameni? Perché mai, infine questo amico, verosimilmente conoscenza recente, e alla prima visita, - perché in questo caso non ce ne sarà una second e l'amico non tornerà, - perché anche l'amico è tanto confuso, tanto irrigidito, nonostante tuta la sua sagacia (ammesso che ne abbia), guardando il viso sconvolto del padrone di casa, il quale a sua volta ha già fatto in tempo a perdersi e a smarrirsi dopo titanici ma vani sforzi di distendere e vivacizzare la conversazione, di mostrare anche da parte sua la conoscenza del vivere mondano, di intavolare lui pure un discorso sul gentil sesso e almeno per una simile docilità di piacere al malcapitato che per errore è venuto a trovarlo? Perché, infine, l'ospite improvvisamente afferra il cappello e se ne va alla svelta, dopo essersi subitamente ricordato di un affare urgentissimo che non è mai esistito, e libera a stento la propria mano dalle calorose strette del padrone di casa, il quale tenta in ogni modo di mostrare il proprio pentimento e di riconquistare il terreno perduto? [Le notti bianche, Dostoevskij, 1848]

domenica 10 marzo 2013

Il prestigio del discorso vacuo ovverosia del linguaggio senza pensiero.

"Una delle meraviglie del mondo, forse la meraviglia delle meraviglie, è la facoltà da parte degli uomini di dire quello che non capiscono, come se lo capissero, di credere che essi lo pensano quando non fanno altro che dirselo"


Mosconi ha trovato un test per identificare i discorsi vacui, ossia manipolarne la struttura cambiando di posto il 25% dei sostantivi, uno ogni 4, facendo slittare il precedente nella posizione del successivo, la prima frase viene mantenuta uguale all'originale. Sottopose così diversi testi a studenti universitari, quasi nessuno si accorse che uno dei due testi era privo di significato, e quando gli si richiese di riassumerli, riscontrò come i riassunti del testo modificato erano generalmente simili e basati su luoghi comuni. E' il luogo comune infatti che gli fornisce l'illusione di capire e da la possibilità al soggetto una volta indotto ad esplicitare ciò che ha capito di produrre a sua volta un discorso. [Elogio dell'oscurità e della chiarezza, Baldini M., 2004].

martedì 18 dicembre 2012

Il disagio della civiltà

Ci chiediamo quindi che cosa attraverso il loro comportamento gli uomini ci facciano riconoscere come scopo della loro vita. Sbagliare la risposta è quasi impossibile, vogliono diventare e rimanere felici. Questo desiderio ha due facce, una meta positiva e una negativa: mira da un lato all'assenza di dolore e del dispiacere, dall'altro all'accoglimento di sentimenti intensi di piacere. Il programma del principio di piacere stabilisce lo scopo della vita ma è in conflitto tanto con il macrocosmo quanto con il microcosmo. Ed è così assolutamente irrealizzabile, tutti gli ordinamenti dell'universo si oppongono ad esso e potremmo dire che nel piano della creazione non è incluso l'intento che l'uomo sia "felice".
Qualsiasi perdurare della situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un moderato sentimento di benessere, siamo così fatti da poter godere intensamente del solo contrasto, ma soltanto assai poco di uno stato di cose in quanto tale. Le nostre possibilità di essere felici risultano quindi limitate già dalla nostra costituzione. Provare infelicità è assai meno difficile. La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali che sono il dolore e l'angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con strapoteri spietati e infine dalle nostre relazioni con gli altri uomini.
Nessuna meraviglia se sotto la pressione di queste possibilità di soffrire gli uomini sogliono ridurre la loro pretesa di felicità cosi anche lo stesso principio di piacere si trasformò nel più modesto principio di realtà, tanto che ci sentiamo felici per il solo fatto di scappare all'infelicità.
La volontaria solitudine, il distanziarsi dagli altri sono il riparo più immediato contro il tormento che possono arrecarci le relazioni umane. la felicità conseguibile in al modo è ovviamente quella della quiete. C'è naturalmente un altro modo migliore: con l'aiuto della tecnica, guidata dalla scienza, passare in quanto membri della comunità umana ad aggredire la natura ed assoggettarla al volere umano. Si lavora allora con tutti per il bene di tutti. I metodi più interessanti di prevenzione del dolore sono però quelli che cercano d'influire sullo stesso organismo.
Il più rozzo ma anche il più efficace metodo per influire sull'organismo è quello chimico: l'intossicazione. Esistono sostanze estranee al corpo la cui presenza nel sangue e nei tessuti ci procura immediatamente sensazione piacevoli alterando in pari tempo le condizioni della nostra vita senziente al punto di renderci incapaci di accogliere moti spiacevoli. E' noto però che questa caratteristica degli inebrianti ne costituisce in pari tempo il pericolo e la dannosità. Per colpa loro in talune circostanze si sciupano inutilmente grandi quantità di energia che potrebbero venir utilizzate per il miglioramento della sorte umana.
Il mondo esterno è causa di grave sofferenza quando ci fa stentare, ricusa di saziare i nostri bisogni, agendo quindi su tali moti pulsionali possiamo sperare di liberarci di parte della sofferenza. Questo tipo di difesa dal dolore non riguarda più l'apparato sensitivo e cerca di conseguire il dominio delle fonti interne dei bisogni. In forma estrema ciò accade allorché le pulsioni vengono mortificate secondo quanto insegna la saggezza orientale e viene attuato nella pratica dello Yoga. Ciò comporta tuttavia anche un'innegabile riduzione della possibilità di godimento.
Un'altra tecnica per sottrarsi al dolore ricorre agli spostamenti della libido, che il nostro apparato psichico consente e in virtù della quale la funzione dell'apparato acquista tanta duttilità. Si tratta di scambiare le mete pulsionali, a ciò presta il suo aiuto la sublimazione delle pulsioni. Si riesce così ad accrescere in misura sufficiente il piacere tratto dalle fonti del lavoro psichico e intellettuale. Un soddisfacimento del genere, la gioia ad esempio provata dall'artista nel creare o del ricercatore nel risolvere problemi e scoprire il vero ha una qualità particolare. La debolezza di questo metodo sta però nel fatto che non è applicabile generalmente e che è accessibile solo a pochi. Presuppone particolari disposizioni o doti, che non tutti hanno e inoltre suole fallire di fronte alla sofferenza che è nel nostro corpo. 
In altri casi la connessione con la realtà è allentata, otteniamo il soddisfacimento attraverso illusioni riconosciute come tali senza lasciarci turbare nel godimento dal divario che le separa dalla realtà. La religione da cui queste illusioni scaturiscono è quella della vita fantastica. Il primo posto fra queste soddisfazioni fantastiche è occupato dal godimento delle opere d'arte.
Più energicamente opera un altro procedimento, esso scorge nella realtà l'unico nemico quello che è la fonte di ogni male, quello con cui è impossibile vivere, con cui occorre troncare i rapporti. L'eremita volta le spalle a questo mondo, non vuole avere nulla a che fare con esso.
Ma si può fare di più, volerlo trasformare, costruendone al suo posto un altro cui le caratteristiche più intollerabili risultino eliminate e sostituite da altre conformi ai nostri desideri. Chi in una rivolta disperata imbocca tale cammino verso la felicità non ottiene di regola nulla, la realtà è troppo vigorosa per lui. Diventa un pazzo che non trova perlopiù nessuno che lo aiuti a perseguire il suo delirio.  [Il disagio della civiltà, Freud, 1929]

martedì 11 dicembre 2012

La felicità della conversazione

Ebbene, per la Conversazione, le transazioni verbali, lo scambio di parole, hanno due regole molto importanti: la prima è considerata una regola costitutiva e si enuncia con la questione del "Come se ne esce?", la seconda è considerata normativa ed è l'orientamento degli interventi del Conversazionalista secondo il criterio della felicità.
Per la chiacchiera non si pone quella che abbiamo dato come regola costitutiva e cioè il "come se ne esce", mentre per la comunicazione, soprattutto quella in ambito terapeutico, si pone soprattutto la questione del cambiamento che dovrebbe avvenire nelle persone.
Nel Conversazionalismo, la questione del "come se ne esce?" tende a risolversi applicando il criterio della regola normativa della felicità. Bisogna infatti sottolineare che nel Conversazionalismo ci si appassiona al tentativo che consenta agli interlocutori di condividere una conversazione felice.
Mi rendo conto che l'uso di una parola come felice potrebbe rendere problematico il discorso ed il Lettore potrebbe lasciarsi prendere da una folla di domande: ma di quale felicità vai parlando? dici della felicità del tuo paziente, di quella tua, di quella vostra? e poi, cosa intendi per felicità? e ancora, sei proprio sicuro che di una conversazione si possa dire felice?
Cercando di approfondire il concetto, ci si imbatte nella doppiezza della lingua: "felice" si dice di una mossa, di una formulazione, di un'espressione, ma si dice anche di una persona. La felicità può essere linguistica, ma anche psicologica. Occupandoci di conversazione, ci troviamo sul crinale tra due mondi, il mondo delle parole e il mondo delle cose, il mondo linguistico e il mondo extralinguistico. Non è che non ci interessi la felicità come emozione che gli interlocutori possono sentire, ma ci concentriamo sulla felicità come qualità della conversazione: qualità legata alla possibilità di sciogliere un problema della conversazione, per cui prima questa qualità era assente o più bassa, poi risulta essere presente o più alta.
Il "come se ne esce?" si mostra quindi come quell'insieme di interventi che uno degli interlocutori (il Conversazionalista) fa per incrementare la qualità conversazionale della felicità o per farne abbassare l'infelicità.
"... Sono soprattutto interessato a un buon andamento, a un andamento felice della conversazione. Evidentemente secondo criteri soggettivi miei, non potendo certo sapere qual è, per il mio interlocutore del momento, una buona conversazione, una conversazione felice. Mi piace anche registrare le conversazioni, le mie conversazioni. Alcune conversazioni registrate, solitamente quelle che mi sono apparse nel loro snodarsi poco felici o decisamente infelici, le riascolto o le trascrivo. Le studio attentamente, ne analizzo le sequenze, cerco di scoprire se e dove e in che modo una sequenza infelice è stata propiziata da un mio contributo infelice. Nelle successive conversazioni, poi, il ricordo delle conversazioni studiate, o passate, mi aiuta, credo almeno a volte, a evitare i contributi che mi sono sembrati propiziatori di conversazioni infelici, per privilegiare i contributi che mi sono sembrati, in conversazioni analoghe precedenti, propiziatori di conversazioni felici" (Introduzione al conversazionalismo, Antonio Minvervino) 

sabato 14 luglio 2012

La sintassi della paranoia

"A questo punto, si potrebbe pensare che una proposizione formata di tre parole, quali "Io lo amo", possa essere contraddetta in tre modi diversi. Le idee deliranti di gelosia contraddicono il soggetto, quelle di persecuzione contraddicono il verbo e l'erotomania contraddice l'oggetto. Ma in realtà è possibile un quarto genere di contraddizione, quello cioè che respinge tutto il complesso della proposizione: "Io non amo affatto, non amo nessuno". Siccome però, la libido deve pur rivolgersi a qualche cosa, questa affermazione sembra essere l'equivalente psicologico della proposizione: "Amo solo me stesso". Questo genere di contraddizione darebbe luogo alla megalomania, considerabile come un'ipervalutazione sessuale dell'Io che può in tal modo estromettere quell'ipervalutazione dell'oggetto d'amore che già ci è nota. [...] Coloro che non si sono completamente svincolati dallo stadio del narcisismo, vale a dire hanno su questo punto una fissazione, che può diventare una predisposizione per una successiva malattia, sono esposti al pericolo che un impeto di libido particolarmente intenso, non riuscendo a trovare altro sfogo, conduca alla sessualizzazione delle pulsioni sociali, con la conseguente perdita della sublimazione, realizzata nel corso dell'evoluzione. Le nostre analisi ci rivelano che i paranoidi lottano per difendersi da tale sessualizzazione delle loro cariche psichiche istintuali sociali, per cui siamo indotti a supporre che il punto di minore resistenza del loro sviluppo debba trovarsi negli stadi dell'autoerotismo, del narcisismo e dell'omosessualità, stadi nei quali si dovrà trovare anche la predisposizione alla malattia, predisposizione che, forse, potrebbe essere definita con maggiore esattezza. Analoga disposizione dovrebbe essere riconsociuta anche nei pazienti affetti da dementia precox  o schizofrenia." [Il caso di Schreber. Osserazioni psicoanalitiche sul resoconto autobiografico di un caso di paranoia, Freud, 1911]

martedì 24 aprile 2012

La lingua schizofrenica

[...]Infatti scrivevo in "lingua" cioè, nel mio linguaggio segreto, usando espressioni e parole che sorgevano improvvisamente in me o che io stessa costruivo; poiché non mi sarei mai sentita in diritto di scrivere con parole vere. In questo caso la Regina avrebbe avuto il diritto di punirmi, poiché le lamentele che le indirizzavo erano accusatrici e ostili. Quando scrivevo in "lingua" mi indirizzavo alla vera Mamma, alla Mamma delle mele che amavo e che mi amava. Ma la vera mamma non poteva comprendere, poiché la Regina onnipotente e temibile l'aveva completamente sostituita. [...] Ebbi ancora crisi di colpevolezza; in quei momenti il mio dolore morale era infinito e piangevo per ore gridando "Raite, raite, raite, was habe ich gemacht?". Esprimevo spesso le mie lamentele in "lingua", usavo cioè parole incomprensibili, di cui alcune si ripetevano continuamente, come: "ichtiou, gao, itivarè gibastou, Ovèdè, ecc.". Non mi sforzavo ad inventarle; venivano spontaneamente e non significavano nulla per conto loro; erano il tono, il ritmo e la pronuncia che possedevano un senso. Mi lamentavo con queste parole esprimendo il profondo dolore e l'infinita desolazione che avevo in cuore. Non usavo le parole abituali poiché il mio dolore e la mia desolazione non avevano un oggetto reale. [Da Diario di una schizofrenica, Marguerite A. Sechehaye]

La lingua savant

Il rapporto che ho con la lingua è estetico, nel senso che trovo alcune parole o combinazioni di parole particolarmente belle e stimolanti. A volte leggo e rileggo una certa frase per le sensazioni che suscita in me. I sostantivi sono le mie parole preferite, perché sono le più semplici da visualizzare. Ho un ottima memoria visiva, e quando leggo una parola o una frase chiudo gli occhi e la visualizzo, dopodiché la ricordo perfettamente. Vi sono alcuni aspetti della lingua che trovo più problematici di altri. Le parole astratte sono molto più difficili da capire per me e ho un'immagine mentale di ognuna che mi aiuta ad afferrarne il significato. Ad esempio la parola “complessità” mi fa pensare ad una treccia di capelli con varie ciocche che formano un insieme composito. Allo stesso modo la parola “trionfo” evoca nella mia mente l'immagine di un grande trofeo dorato. Se sento parlare del “trionfo elettorale” di un politico, immagino quest'ultimo che solleva un trofeo sopra la testa come l'allenatore di una squadra di calcio. Alcune strutture sintattiche sono particolarmente complicate da analizzare per me, come: "non è inesperto in queste cose", dove le due negative (non e in) si annullano. Da bambino trovavo decisamente oscure le espressione idiomatiche. Quando sentivo che qualcuno aveva del fegato pensavo: ma non lo abbiamo tutti il fegato? […]
Da bambino accarezzai per anni l'idea di creare una lingua tutta mia per alleviare la mia solitudine e godere del piacere che provavo giocando con le parole. A volte, quando sentivo un'emozione particolarmente forte o mi trovavo di fronte a qualcosa di molto bello, nella mia mente si formava spontaneamente una parola nuova che non avevo idea da dove venisse. Allo stesso modo, trovavo spesso al lingua dei miei coetanei stridente e confusa. Venivo preso in giro perché usavo frasi lunghe, accurate ed eccessivamente formali e, quando ricorrevo a uno dei miei neologismi per esprimere ciò che sentivo, non venivo quasi mai capito. I miei genitori mi dicevano di smettere di "parlare di modo strano". Malgrado ciò, continuai a sognare che un giorno avrei parlato una lingua tutta mia che mi avrebbe aiuto ad esprimermi compiutamente e che non sarei stato preso in giro o rimproverato per il fatto di utilizzarla. Quando smisi di studiare mi resi conto che avevo il tempo di perseguire seriamente quell'idea. Scrivevo le parole che mi venivano in mente e sperimentavo diverse possibilità di pronuncia e di costruzione delle frasi. Battezzai la mia lingua "manti" dal finlandese “manty” che significa pino. Molte delle parole del manti sono di origine baltica e scandinava cosi come i pini sono originari dell'emisfero boreale e sono particolarmente diffusi in Scandinavia e nella regione baltica. Ma c'è un altro motivo per la scelta di questo nome: i pini crescono spesso insieme in grandi gruppi e simboleggiano l'amicizia e la collettività.
Il manti è provvisto di una sua grammatica e di un vocabolario composto da oltre mille parole, ed è in continuo divenire. Ha attratto l'interesse di numerosi studiosi del linguaggio che ritengono possa contribuire a far luce sulle capacità linguistiche che condivido con altri savant.
Uno degli aspetti che amo di più di giocare con la lingua è la creazione di nuove parole e idee. Nel manti cerco di fare in modo che le parole riflettano i rapporti fra cose diverse: “hamma” (dente) e “hemme” (formica, un insetto che morde) e “rat” (cavo) e “ratio” (radio). Alcune parole hanno significati multipli e correlati: “puhu”, ad esempio, può significare vento, respiro e spirito.
Il manti possiede molte parole composite: “puhekello” (telefono, letteralmente “campana parlante”), “ilmalav” (aeroplano, letteralmente “nave dell'aria”) “tontoo” (musica, letteralmente “arte del tono”) e “ratalo” (parlamento, letteralmente “luogo di discussione”) .
Quanto ai termini astratti, vi sono diversi modi per esprimerli. Uno è la creazione di un composto: il concetto di ritardo si traduce con “kellokult” (letteralmente “debito di orologio”). Un altro metodo consiste nell'utilizzare coppie di parole, come avviene in estone, lingua appartenente al ceppo ugro-finnico. L'equivalente del manti del termine latticini è “pimat kermat” (latte e panne); quello di calzature è invece “koet saapat" (scarpe e stivali).
Sebbene il manti sia molto diverso dall'inglese, possiede molti termini facilmente riconoscibili dagli anglofoni come “nekka” (collo), “kuppi” (tazza) “purassi” (portafogli) “noot” (notte) e “pepi” (bimbo). Il manti è l'espressione tangibile e comunicabile del mio mondo interiore. Ogni parola, con i suoi colori e la sua consistenza è per me un'opera d'arte. Quando penso o parlo in manti è come se dipingessi con le parole. [Da Nato in giorno azzurro, Daniel Tammet]