A segnare la corrente crisi dell’idea e della pratica di democrazia, concorre in maniera ancora più determinate un altro fenomeno, che qui chiamerò: “rumore”. Se vogliamo fare della democrazia un regime nel quale possa avvenire un arricchente confronto pluralistico tra gli individui non possiamo ignorare il fatto che a dare impulso a un simile regime non è tanto la quantità, bensì la qualità di tale confronto pluralistico. C'è una determinante aggiunta: questo rumore non è affatto casuale o neutrale, al contrario, esso è strumento di (ri)produzione e mantenimento di un determinato tipo di controllo sociale, che in parte è direttamente amministrato da specifici interessi politici ed economici e in parte vive ormai di vita propria, tramite le logiche efficientiste e calcolanti della razionalità strumentale, che la tecnologia estremizza e divulga. Dalla rimozione del rumore, ne va quindi della possibilità di un’autentica democrazia (direi anche, dell’autenticità in toto). I problemi di oggi, come, appunto, il terribile fenomeno del rumore tramite una proliferazione indiscriminata dei discorsi. E il tutto, paradossalmente, spacciando questa operazione come il massimo della libertà (l'attuale articolazione politica di questo fenomeno è la cosiddetta web-democrazia diretta), al punto tale che chi ne propone una qualsiasi forma di regola(menta)zione, calibrazione viene subito etichettato come un censore oscurantista. Il mondo si trasforma così in rumore, oscurando i discorsi di valore e producendo di fatto una forma di censura (paradossalmente definita come libertà) molto più efficace della precedente, ingenuamente basata sul silenziamento diretto. Viene intaccata la possibilità di "riconoscimento" della differenza di suono fra un discorso significativo ed uno che non lo è: entrambi appaiono come elementi simili del/nel mare magnum. Mi sembra infatti che sia giunto il tempo di ragionare senza paura attorno alla costituzione di dispositivi selettivi, direi addirittura elitari, che possano filtrare dalla quantità la qualità, senza per questo abdicare al progetto illuministico del sapere aude. Solo così il sapere aude nel senso che, mantenendosi essenzialmente e radicalmente distinto dal "rumore", contribuisce a prendere posizioni di qualità. [Sollazzo, 2013 ]
mercoledì 19 giugno 2013
venerdì 7 giugno 2013
Il sofà sui binari
Voglio tornare da Ermelinda. Questo è il mio primo e unico desiderio. Lei non mi farebbe pesare la mia anormalità, lei starebbe ad ascoltare i miei vaneggiamenti senza ribattere e mi amerebbe nonostante e a dispetto di me stesso, lei desidera con tutta se stessa, e mi ha dato un nome... con lei avrei una vita normale, suppongo, con o senza passato... ma questo certo, a Severino non posso dirlo, non saprebbe immaginarlo. Accetterebbe che un matto gli parlasse di folletti, di gnomi e di esseri dalla pelle lattiginosa e iridescente, di fantasmi molesti, ma per il resto guarderà sempre solo il suo orizzonte assolutamente limitato, che non oltrepassa le quattro mura della clinica, la nebbia di Chissàdove, senza chiedersi quale è quel confine che nella nebbia non si riesce a scorgere. Non intuisce che la stanza nella quale ci troviamo e la nostra condizione in questo momento sono l'ultimo avamposto prima del nulla, dell'oblio della coscienza? della totale perdita della ragione? E che, per scrutare nel nulla, si deve essere disposti a perdere qualcosa delle nostre certezze, per indagare sull'orizzonte in cui le nebbie ci impediscono di guardare si deve imparare a camminare a occhi chiusi sul prato e abituarsi all'ubiquità del confine... si, caro Severino, questo non lo vede il tuo sguardo di un uomo "normale"? In realtà credo che tu soffra di un'amnesia ben peggiore della mia: hai dimenticato le domande, al contrario di me che ho smarrito le risposte. Anche i sani hanno perso qualcosa, dunque, si portano dietro una valigia chiusa nella quale non osano guardare, dove ci sono tutte le domande senza risposta, e vivono privi di salutari angosce; ecco, scacco al re, Severino: questo è il confine. [...] perché agli uomini non è dato di scrutare fuori dal sogno, né agli svegli vedere l'orizzonte avvolto nella nebbia dei sogni. [Il sofà sui binari, Davinio 2013]
giovedì 6 giugno 2013
Dall'orda paterna al clan fraterno
Ricollegando la concezione del totem suggerita dalla psicoanalisi con il banchetto totemico e con l'ipotesi darwiniana sullo stato prmitivo della società umana si può acquisire una più profonda comprensione e cogliere l'intuizione di un'ipotesi che può sembrare fantastica, ma che presenta il vantaggio di realizzare un'inaspettata unità tra una serie di fenomeni isolati. Un padre violento, geloso, che tiene per sé tutte le femmine e scaccia i suoi figli man mano che crescono ecco ciò che la teoria del Darwin suppone. Questo stato primitivo della società non è mai stato oggetto di analisi. L'organizzazione più primitiva di cui siamo a conoscenza, e che ancora attualmente esiste in certe tribù, consiste in una comunità di uomini che godono di uguali diritti e sono sottomessi alle limitazioni del sistema totemico.
Si può supporre che per arrivare a questo un giorno i fratelli scacciati si sono riuniti, hanno ucciso il padre e mangiato il padre, ponendo fine all'orda paterna. Una volta riuniti, si sono fatti audaci e sono stati in grado di realizzare ciò che ciascuno di loro, isolatamente, sarebbe stato incapace di fare. E' possibile che un nuovo processo della civilizzazione, l'invenzione di una nuova arma, abbia dato loro la coscienza della loro superiorità. Che essi abbiano mangiato il cadavere del padre non ci stupisce dato che si tratta di primitivi cannibali. Il violento progenitore costituiva certamente il modello invidiato e temuto di ciascuno dei membri di questa associazione fraterna. Essi realizzavano, con l'atto del pasto, la loro identificazione con lui, ciascuno si appropriava di parte della sua forza. Il banchetto totemico, che è forse la prima festa dell'umanità sarebbe la riproduzione e la commemorazione di questa azione memorabile e criminale che ha costituito il punto di partenza per tante cose: organizzazioni sociali, limitazioni morali e religioni.
Per trovare attendibili queste conseguenze a prescindere dalle loro premesse, è sufficiente riconoscere che il gruppo dei fratelli ribelli fosse animato, nei confronti del padre dai sentimenti contraddittori che, come sappiamo, costituiscono l'ambivalente contenuto del complesso del padre. Essi odiavano il padre che con tanta violenza, si opponeva ai loro desideri e alle loro esigenze sessuali e tuttavia l'amavano e l'ammiravano. Dopo averlo eliminato, dopo aver placato il loro odio e realizzata la propria identificazione con lui essi dovettero dar sfogo agli impulsi affettuosi che erano stati sopraffatti. Lo fecero sotto forma di pentimento; provavano un senso di colpa che in questo caso coincide col rimorso sentito collettivamente. Il morto divenne più potente del vivo; tutte le cose che anche oggi ritroviamo nelle vicende umane. Ciò che prima il padre aveva impedito con la sua presenza, i figli ora se lo proibivano da soli, nella situazione psichica nota in psicoanalisi come "ubbidienza postuma". Essi rinnegarono la loro azione, proibendo l'uccisione del totem, sostituto del padre, e rinunciarono a goderne i frutti, rifiutando di aver rapporti sessuali con le donne che ora erano libere. Così il rimorso filiale, ha generato i due tabù fondamentali del totemismo che coincidono perciò con i due desideri rimossi del complesso di Edipo. [Totem e Tabù, Freud 1913]
lunedì 15 aprile 2013
"Sentirete, Nasten'ka, sentirete che in questi angoli vivono strane persone - sognatori. Un sognatore - se è necessaria una sua definizione precisa - non è una persona, ma, sapete, un essere di genere neutro. Si stabilisce il più delle volte in qualche angolo inaccessibile, come se ci si nascondesse perfino dalla luce del giorno, e quando poi si rifugia in casa, allora si radica al suo angolo come una lumaca, o, almeno, è molto simile in questo atteggiamento a quell'interessante animale che è animale e casa insieme, che si chiama tartaruga. Cosa ne pensate, perché ama tanto le sue quattro parti pitturate immancabilmente di colore verde, annerite, triste e intollerabilmente affumicate? Per quale motivo questo buffo signore, quando viene a trovarlo qualcuno dei suoi rari conoscenti (e finisce che tutti suoi conoscenti spariscono), per quale motivo questa buffa persona lo accoglie così confuso, così cambiato in volto e con un tale turbamento come se avesse appena commesso un delitto tra le sue quattro mura, come se avesse fabbricato banconote false, o poesie da mandare a una rivista con una lettera anonima nella quale si dichiara che il vero poeta è già morto e che un suo amico ritiene sacro dovere pubblicare i suoi versi? Perché Nasten'ka, ditemi, la conversazione di quei due interlocutori procede tanto a fatica? Perché non esce né una risata, né una qualche paroletta vivace dalla bocca dell'interdetto amico giunto all'improvviso che in altre occasioni ama molto le la risata, e la paroletta vivace, e i discorsi sul gentil sesso, e altri argomenti ameni? Perché mai, infine questo amico, verosimilmente conoscenza recente, e alla prima visita, - perché in questo caso non ce ne sarà una second e l'amico non tornerà, - perché anche l'amico è tanto confuso, tanto irrigidito, nonostante tuta la sua sagacia (ammesso che ne abbia), guardando il viso sconvolto del padrone di casa, il quale a sua volta ha già fatto in tempo a perdersi e a smarrirsi dopo titanici ma vani sforzi di distendere e vivacizzare la conversazione, di mostrare anche da parte sua la conoscenza del vivere mondano, di intavolare lui pure un discorso sul gentil sesso e almeno per una simile docilità di piacere al malcapitato che per errore è venuto a trovarlo? Perché, infine, l'ospite improvvisamente afferra il cappello e se ne va alla svelta, dopo essersi subitamente ricordato di un affare urgentissimo che non è mai esistito, e libera a stento la propria mano dalle calorose strette del padrone di casa, il quale tenta in ogni modo di mostrare il proprio pentimento e di riconquistare il terreno perduto? [Le notti bianche, Dostoevskij, 1848]
domenica 10 marzo 2013
Il prestigio del discorso vacuo ovverosia del linguaggio senza pensiero.
"Una delle meraviglie del mondo, forse la meraviglia delle meraviglie, è la facoltà da parte degli uomini di dire quello che non capiscono, come se lo capissero, di credere che essi lo pensano quando non fanno altro che dirselo"
"Una delle meraviglie del mondo, forse la meraviglia delle meraviglie, è la facoltà da parte degli uomini di dire quello che non capiscono, come se lo capissero, di credere che essi lo pensano quando non fanno altro che dirselo"
Mosconi ha trovato un test per identificare i discorsi vacui, ossia manipolarne la struttura cambiando di posto il 25% dei sostantivi, uno ogni 4, facendo slittare il precedente nella posizione del successivo, la prima frase viene mantenuta uguale all'originale. Sottopose così diversi testi a studenti universitari, quasi nessuno si accorse che uno dei due testi era privo di significato, e quando gli si richiese di riassumerli, riscontrò come i riassunti del testo modificato erano generalmente simili e basati su luoghi comuni. E' il luogo comune infatti che gli fornisce l'illusione di capire e da la possibilità al soggetto una volta indotto ad esplicitare ciò che ha capito di produrre a sua volta un discorso. [Elogio dell'oscurità e della chiarezza, Baldini M., 2004].
martedì 18 dicembre 2012
Il disagio della civiltà
Ci chiediamo quindi che cosa attraverso il loro comportamento gli
uomini ci facciano riconoscere come scopo della loro vita. Sbagliare
la risposta è quasi impossibile, vogliono diventare e rimanere
felici. Questo desiderio ha due facce, una meta positiva e una
negativa: mira da un lato all'assenza di dolore e del dispiacere,
dall'altro all'accoglimento di sentimenti intensi di piacere. Il programma del principio di piacere stabilisce lo scopo della
vita ma è in conflitto tanto
con il macrocosmo quanto con il microcosmo. Ed è così assolutamente
irrealizzabile, tutti gli ordinamenti dell'universo si oppongono ad esso e potremmo dire che nel piano della creazione non è incluso
l'intento che l'uomo sia "felice".
Qualsiasi perdurare della situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un moderato sentimento di benessere, siamo così fatti da poter godere intensamente del solo contrasto, ma soltanto assai poco di uno stato di cose in quanto tale. Le nostre possibilità di essere felici risultano quindi limitate già dalla nostra costituzione. Provare infelicità è assai meno difficile. La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali che sono il dolore e l'angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con strapoteri spietati e infine dalle nostre relazioni con gli altri uomini.
Qualsiasi perdurare della situazione agognata dal principio di piacere produce soltanto un moderato sentimento di benessere, siamo così fatti da poter godere intensamente del solo contrasto, ma soltanto assai poco di uno stato di cose in quanto tale. Le nostre possibilità di essere felici risultano quindi limitate già dalla nostra costituzione. Provare infelicità è assai meno difficile. La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali che sono il dolore e l'angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con strapoteri spietati e infine dalle nostre relazioni con gli altri uomini.
Nessuna meraviglia se sotto la pressione di queste possibilità di
soffrire gli uomini sogliono ridurre la loro pretesa di felicità
cosi anche lo stesso principio di piacere si trasformò nel più
modesto principio di realtà, tanto che ci sentiamo felici per il
solo fatto di scappare all'infelicità.
La volontaria solitudine, il distanziarsi dagli altri sono il
riparo più immediato contro il tormento che possono arrecarci le
relazioni umane. la felicità conseguibile in al modo è ovviamente
quella della quiete. C'è naturalmente un altro modo migliore: con
l'aiuto della tecnica, guidata dalla scienza, passare in quanto
membri della comunità umana ad aggredire la natura ed assoggettarla
al volere umano. Si lavora allora con tutti per il bene di tutti. I
metodi più interessanti di prevenzione del dolore sono però quelli
che cercano d'influire sullo stesso organismo.
Il più rozzo ma anche il più efficace metodo per influire
sull'organismo è quello chimico: l'intossicazione. Esistono sostanze
estranee al corpo la cui presenza nel sangue e nei tessuti ci procura
immediatamente sensazione piacevoli alterando in pari tempo le
condizioni della nostra vita senziente al punto di renderci incapaci
di accogliere moti spiacevoli. E' noto però che questa
caratteristica degli inebrianti ne costituisce in pari tempo il
pericolo e la dannosità. Per colpa loro in talune circostanze si
sciupano inutilmente grandi quantità di energia che potrebbero venir
utilizzate per il miglioramento della sorte umana.
Il mondo esterno è causa di grave sofferenza quando ci fa
stentare, ricusa di saziare i nostri bisogni, agendo quindi su tali
moti pulsionali possiamo sperare di liberarci di parte della
sofferenza. Questo tipo di difesa dal dolore non riguarda più
l'apparato sensitivo e cerca di conseguire il dominio delle fonti
interne dei bisogni. In forma estrema ciò accade allorché le
pulsioni vengono mortificate secondo quanto insegna la saggezza
orientale e viene attuato nella pratica dello Yoga. Ciò comporta
tuttavia anche un'innegabile riduzione della possibilità di
godimento.
Un'altra tecnica per sottrarsi al dolore ricorre agli spostamenti
della libido, che il nostro apparato psichico consente e in virtù
della quale la funzione dell'apparato acquista tanta duttilità. Si
tratta di scambiare le mete pulsionali, a ciò presta il suo aiuto la
sublimazione delle pulsioni. Si riesce così ad accrescere in misura
sufficiente il piacere tratto dalle fonti del lavoro psichico e
intellettuale. Un soddisfacimento del genere, la gioia ad esempio
provata dall'artista nel creare o del ricercatore nel risolvere
problemi e scoprire il vero ha una qualità particolare. La debolezza
di questo metodo sta però nel fatto che non è applicabile
generalmente e che è accessibile solo a pochi. Presuppone
particolari disposizioni o doti, che non tutti hanno e inoltre suole
fallire di fronte alla sofferenza che è nel nostro corpo.
In altri casi la connessione con la realtà è allentata,
otteniamo il soddisfacimento attraverso illusioni riconosciute come
tali senza lasciarci turbare nel godimento dal divario che le separa
dalla realtà. La religione da cui queste illusioni scaturiscono è
quella della vita fantastica. Il primo posto fra queste soddisfazioni
fantastiche è occupato dal godimento delle opere d'arte.
Più energicamente opera un altro procedimento, esso scorge nella
realtà l'unico nemico quello che è la fonte di ogni male, quello
con cui è impossibile vivere, con cui occorre troncare i rapporti.
L'eremita volta le spalle a questo mondo, non vuole avere nulla a che
fare con esso.
Ma si può fare di più, volerlo trasformare, costruendone al suo
posto un altro cui le caratteristiche più intollerabili risultino
eliminate e sostituite da altre conformi ai nostri desideri. Chi in
una rivolta disperata imbocca tale cammino verso la felicità non
ottiene di regola nulla, la realtà è troppo vigorosa per lui.
Diventa un pazzo che non trova perlopiù nessuno che lo aiuti a
perseguire il suo delirio. [Il disagio della civiltà, Freud, 1929]
martedì 11 dicembre 2012
La felicità della conversazione
Ebbene, per la Conversazione, le transazioni verbali, lo scambio di parole, hanno due regole molto importanti: la prima è considerata una regola costitutiva e si enuncia con la questione del "Come se ne esce?", la seconda è considerata normativa ed è l'orientamento degli interventi del Conversazionalista secondo il criterio della felicità.
Per la chiacchiera non si pone quella che abbiamo dato come regola costitutiva e cioè il "come se ne esce", mentre per la comunicazione, soprattutto quella in ambito terapeutico, si pone soprattutto la questione del cambiamento che dovrebbe avvenire nelle persone.
Nel Conversazionalismo, la questione del "come se ne esce?" tende a risolversi applicando il criterio della regola normativa della felicità. Bisogna infatti sottolineare che nel Conversazionalismo ci si appassiona al tentativo che consenta agli interlocutori di condividere una conversazione felice.
Mi rendo conto che l'uso di una parola come felice potrebbe rendere problematico il discorso ed il Lettore potrebbe lasciarsi prendere da una folla di domande: ma di quale felicità vai parlando? dici della felicità del tuo paziente, di quella tua, di quella vostra? e poi, cosa intendi per felicità? e ancora, sei proprio sicuro che di una conversazione si possa dire felice?
Cercando di approfondire il concetto, ci si imbatte nella doppiezza della lingua: "felice" si dice di una mossa, di una formulazione, di un'espressione, ma si dice anche di una persona. La felicità può essere linguistica, ma anche psicologica. Occupandoci di conversazione, ci troviamo sul crinale tra due mondi, il mondo delle parole e il mondo delle cose, il mondo linguistico e il mondo extralinguistico. Non è che non ci interessi la felicità come emozione che gli interlocutori possono sentire, ma ci concentriamo sulla felicità come qualità della conversazione: qualità legata alla possibilità di sciogliere un problema della conversazione, per cui prima questa qualità era assente o più bassa, poi risulta essere presente o più alta.
Il "come se ne esce?" si mostra quindi come quell'insieme di interventi che uno degli interlocutori (il Conversazionalista) fa per incrementare la qualità conversazionale della felicità o per farne abbassare l'infelicità.
"... Sono soprattutto interessato a un buon andamento, a un andamento felice della conversazione. Evidentemente secondo criteri soggettivi miei, non potendo certo sapere qual è, per il mio interlocutore del momento, una buona conversazione, una conversazione felice. Mi piace anche registrare le conversazioni, le mie conversazioni. Alcune conversazioni registrate, solitamente quelle che mi sono apparse nel loro snodarsi poco felici o decisamente infelici, le riascolto o le trascrivo. Le studio attentamente, ne analizzo le sequenze, cerco di scoprire se e dove e in che modo una sequenza infelice è stata propiziata da un mio contributo infelice. Nelle successive conversazioni, poi, il ricordo delle conversazioni studiate, o passate, mi aiuta, credo almeno a volte, a evitare i contributi che mi sono sembrati propiziatori di conversazioni infelici, per privilegiare i contributi che mi sono sembrati, in conversazioni analoghe precedenti, propiziatori di conversazioni felici" (Introduzione al conversazionalismo, Antonio Minvervino)
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