lunedì 13 gennaio 2014

Il trauma della lingua

Prima di passare alla lettura di quanto Laurent scrive sulla lingua nel soggetto autistico, ripropongo alcune righe che un soggetto autistico e uno schizofrenico scrivono sulla loro relazione con la lingua. 

Qualcosa deve estrarsi dal corpo affinché un elemento diverso possa poi entrare nella lingua del soggetto. Così saranno dei circuiti, delle catene eterogenee (fatte di suoni, di oggetti, di azioni...) a permettere al soggetto autistico di costruire un accesso a uno spazio soggettivo supportato dall'utilizzo di elementi che hanno la funzione di spostare il bordo del suo "dizionario topologico personale" Al fine di fondare un rinnovato approccio psicoanalitico dell'autismo è essenziale partire dalla lettura proposta da J. A. Miller dell'Uno di godimento nell'insegnamento di Lacan. Cominciamo semplicemente a distinguere la struttura di questi fenomeni nella psicosi e nell'autismo. Nella psicosi c'è un disturbo nella catena tra due significanti, S1 e S2, a causa della rottura dell'articolazione tra l'uno e l'altro, e più precisamente nella scomposizione dei fenomeni che li strutturano in quanto messaggi. Le interferenze e le rotture a livello del messaggio, così come le interruzioni o gli sbarramenti identificati da Kreapelin nella schizofrenia, sono fondamentali in ogni patologia allucinatoria. Nell'autismo questa interruzione del messaggio non è identificabile, i fenomeni di rottura non risultano in primo piano. Si tratta piuttosto della ripetizione di uno stesso significante Uno, di un S1, radicalmente separato da qualunque altro significante, che non rinvia quindi ad alcun S2, ma che produce comunque un effetto di godimento, manifestato da questa stessa ripetizioni. Riferendosi al modo in cui manipola le lettere, S. Barron rileva che, per lui, le lettere dovevano essere "una e una", con una separazione netta tra di loro. Era una lista senza riferimenti, una ripetizioni, o più precisamente, per usare l'espressione di Miller, una pura reiterazione. Come S. Barron dimostra, questa reiterazione senza senso aveva in particolare la funzione di alleviare la sua angoscia, "il suono forte e chiaro di quelle lettere cancellava tutte le preoccupazioni" e gli dava "un senso di potere" perché "poche persone sapevano queste cose che eccitavano tanto".
Se questa reiterazione sussiste con tale forza è perché l'Uno di godimento non si cancella per il soggetto situato enl campo coperto dallo spettro degli autismi. Siccome la traccia dell'evento corpo non può essere intaccata dalla benché minima cancellazione, ogni singola parola può suscitare terrore. Il significante, avendo un impatto senza mediazione sul corpo, ha come effetto una ripercussione massiccia ed immediata, quasi istantanea sul corpo del soggetto. L'evento di corpo accompagna l'inserimento del soggetto nel campo del linguaggio. Una parola pronunciata e rivolta al bambino lo sottopone ad un orrore particolato, così come aveva detto Lacan nella sua conferenza di Ginevra sul sintomo. L'atto di nominazione, concepito come nominazione di un oggetto esterno, fa dimenticare che la nominazione traumatica è quella che riguarda il soggetto. Chi è il "corpo" a cui viene così intimato di rispondere. La nominazione "tu sei" lascia il soggetto autistico indifferente, ostile, minacciato... in preda a sentimenti indefinibili ma soprattutto indifeso. Questo altrove radicale è la traccia sul corpo di un'impronta impossibile da trattare se non estraendola. Essa è inseparabile da un "troppo di eccitazione" che invade il corpo. Una volta nominato, il corpo non può dimenticare la sua inclusione nel bagno del linguaggio. Questa impossibilità di cancellare l'Uno marchia il corpo come corpo che gode di se stesso, al di là del principio di piacere. Troviamo così la traccia di questo evento traumatico originario che è l'inscrizione del bagno del linguaggio sul copro. A questo livello, non si tratta di codici, né di messaggi, né di un linguaggio separato dalla lingua. Questo è un livello della lingua in cui gli equivoci abbandono pericolosamente. Lacan, avvicinandola alla lallazione dell'infans, l'ha chiamata lalingua. Il modo con cui il soggetto autistico tratta questa profusione lallativa, consiste nel volerla ridurre all'Uno della lettera che si ripete, inclusa o no nel campo della parola, vocalizzata o ripetuta in silenzio. L'uno si ripete, ma senza riuscire ad affrontare la proliferazione degli "equivoci reali" della lingua. [La battaglia dell'autismo, Laurent]

venerdì 10 gennaio 2014

L'umanità nascosta richiede pazienza

L'operatore impegnato nella cura delle persone autistiche deve essere disposto a imparare sempre come se dovesse per ogni problema ricominciare ad apprendere tutto dall'inizio. Si tratta della necessità di assumere l'umiltà, l'abbassarsi fino in fondo, quale atteggiamento fondamentale primo e ultimo. Si tratta di penetrare nel terreno del campo autistico come un umile chicco di grano. Questa disposizione d'animo è dominata dal desiderio di tenere desta la curiosità per continuare a formulare domande. All'operatore sia consentito di accingersi a una rimeditazione sulla sua attività che non sia mai paga di tutto ciò che, nell'ambito dell'autismo, viene considerato ovvio o risaputo. Testardamente bisogna imparare ad ascoltare tutto ciò che proviene dai malati e dai loro contesti. Uscire dal circolo dell'ovvietà non è semplice, richiede uno sforzo notevole soprattutto nel campo dell'esistenza alle persone autistiche. E' davvero difficile smarcarsi e porsi da punti di vista non convenzionali. Quando viene attuato un progetto abilitativo, infatti, non è sufficiente attenersi alla semplice applicazione di una tecnica. Il lavoro abilitativo è qualcosa di ben più complesso. Esso prevede, oltre a svariate competenze tecniche, anche la capacità degli operatori di valutare le specifiche circostante. Il fattore motivante e rimotivante fondamentale per gli operatori è rappresentato dal loro modo di relazionarsi ai malati: non esiste nulla di più efficace, nell’ambito dell’assistenza a soggetti artistici, della voglia degli operatori di realizzare comunque una relazione intensa e significativa con i loro malati. Non è facile introdursi là dove tutto fa credere che non si è necessari né desiderati e rimanere ugualmente fiduciosi. La sfida per raggiungere l’umanità nascosta delle persone artistiche è racchiusa tutta nella possibilità che l’operatore si costituisca figura di riferimento ciò che nella sua mente si apra lo spazio per una relazione che tutto ma proprio tutto contribuisce a dichiarare improbabile. Ciò comporta uno sforzo continuo per affermare, nella psicopatologia desolata e negli esisti desolanti dell’autismo tutte quelle minime sorgenti di creatività, di progressione, di positività che portano verso una situazione di cambiamento, quindi vitale , e che affondano le radici nell’esistenza del paziente, ma anche in quella dell’operatore. Là dove non esiste la possibilità di un linguaggio connnotativo, né la preoccupazione ad esso legata, si può respirare l’aria dell’apertura all’essere: si tratta veramente della creazione del mondo. La fiducia si presenta come certezza che sottrae sicurezza. Di solito si ritiene che la fiducia sia un bene, ma che il controllo sulle diverse situazioni sia meglio e anche più utile. Il controllo rende sicuri ed è perciò indispensabile nell’orizzonte di ciò che deve essere assicurato. Ma ecco che ogni relazione tra persone si degraderebbe a causa dell’esecuzione di una assicurazione tendente a controllare. Nella relazione con il soggetto autistico è determinante associarsi alla debolezza e all’essenziale finitezza d’altri; sopportarne il peso sacrificando il proprio interesse e il proprio compiacimento. Quando avviene che l’operatore riesce a mettersi tar parentesi, senza tuttavia farsi evanescente, allora le sue doti si concretizza in responsabilità per altri. Tra fiducia, sostituzione, e responsabilità si apre lo spazio in cui può crescere la pazienza. Se stare in attesa significa contemplare un problema insolubile, sopportare il peso di una domanda, di un dilemma, senza cedere alla volontà di una soluzione, di una scappatoia, vuol dire che vengono messe in gioco energie molto forti, analoghe a quelle che spingono a dare un calcio alla pietra che ostruisce il cammino. Significa, innanzitutto, dilazionare il tempo, rallentare o disarticolare il presente del tutto subito, della decisione, accettare per così dire, la potenza dell’ostacolo e convertire la propria energia dell’abolizione dell’intralcio al contratto ed eventuale mediazione con esso. Significa reinvestire l’energia che non viene dilapidata nella realizzazione di un fine, di un risultato, nel differimento del tempo, nell’obbedire al suo distendersi e protendersi. L'attenzione aspetta. Aspetta senza fretta, lasciando vuoto ciò che è vuoto ed evitando che la nostra fretta, il nostro desiderio impaziente, e ancor di più il nostro orrore del vuoto, lo colmino anzi tempo. Solo un'opportuna lentezza e una indistruttibile pazienza possono preservare gli operatori dal pericolo di voler procedere per sfondamenti nei momenti di crisi. Infatti, se la pazienza è in qualche modo attenzione all'altro, l'impazienza è invece cura di sé. La pazienza nei confronti delle persone autistiche è quindi una virtù che offre tempo e la sua chance affinché le persone e le cose maturino; essa porta in sé il segreto di un apprezzamento positivo della passività: non come pura e semplice rinuncia all'azione, ma come assenso a lasciar essere e disponibilità verso ciò che deve arrivare. Questa attesa silenziosa è propria della pazienza di chi presta attenzione ai più piccoli fremiti della vita e sa bene che le prime spinte non arriveranno mai se l'impazienza tenta di accelerarne la venuta. Malgrado i limiti che la pazienza non può superare senza dramma, poiché essa condanna chi li trasgredisce alla semplice rassegnazione, alla miseria e all'oppressione, bisogna ascoltare la voce della pazienza come ciò che, andando contro corrente in una società per la quale il tempo si identifica con il denaro e che ha il culto della rendita, ricorda a tutti che ogni nascita è preceduta da un'attesa.
Se la ragione della scienza e della tecnica permette di dominare la natura e di porla al servizio dei bisogni umani, essa rischia nei suoi eccessi, di far smarrire il senso della pazienza di fronte alla lenta conquista della vita verso forme sempre più complesse. Il desiderio di dominio smisurato sulla natura, desiderio volto a soddisfare interessi contraddittori e ciechi, conduce altresì alla distruzione e alla sempre più chiara solitudine degli umani in un universo che non si sa più ascoltare ne contemplare. Se perdiamo il senso della pazienza vuol dire che non sappiamo più vivere nel tempo dell'altro: ogni cosa, ogni evento deve potersi modulare sul suo proprio modo di apprezzare il tempo. La pazienza è infatti necessaria a chiunque tenti di aprirsi al tempo dell'altro, poiché non sono soltanto gli uomini e le donne delle società lontane a vivere il tempo in mondo diverso, ma tutti e tutte coloro che, in prossimità del loro Sé ricordano che il tempo si vive al plurale. Solo la pazienza tollera questa pluralità senza volere a ogni costo ridurla autoritariamente a una norma comune. C'è un gusto unico, nella temporalità di ciascuno. [L'autismo. L'umanità nascosta, Stefano Mistura]

domenica 5 gennaio 2014

La battaglia dell'Autismo

Nel 1943 Leo Kanner isolava la patologia autistica mettendola in relazione al registro della causa biologica e a quello delle difficoltà che il bambino autistico pone ai genitori. Sono stati distinti a partire dagli anni 50 livelli di causalità multipla, che originano un disturbo della relazione con l'altro, predominante nell'autismo, con le differenze specifiche per ogni caso, ma presente come invariante strutturale.

Gli oggetti degli autistici

Che cosa fare con gli oggetti con i quali i soggetti autistici si circondano? Si apre la questione di che cosa fare con questi oggetti, se eliminarli, quando sono di intralcio al processo che dovrebbe portarli in seno allo società, oppure considerarli come qualcosa con cui il soggetto trova appoggio, dunque nell'ordine dell'invenzione. Si apre alla possibilità di scoprire la particolare topologia dello spazio del soggetto autistico a partire dalle specificità dell'oggetto al quale lui è attaccato. Qui l'oggetto è da intendersi come ciò che resta del vivente quando non è articolato al linguaggio. Interrogarsi sull'ipotesi di circuiti dell'oggetto articolati al corpo mediante dei bordi di godimento.
Rosine e Robert Lefort si impegnano a circoscrivere la struttura autistica, alla luce degli insegnamenti di Lacan.
Jacques-Alain Miller precisa ciò che un corpo diventa quando i buchi che lo costituiscono funzionano in uno spazio soggettivo che è “senza buco”. Invaso da un'eccitazione, il soggetto non può svuotarla in un luogo, pertanto si svuota. E' privo di sensazioni ma al tempo stesso sopraffatto da esse. Non disporre di un corpo articolato a dei buchi richiede delle particolari cuciture dello spazio e anche dei reincollamenti a dei doppi concreti che suppliscono all'assenza di una immagine del corpo.
Per i soggetti autistici parlare rileva un evento di corpo: dal loro colpo estraggono il linguaggio come accade con altri oggetti da cui non possono separarsi. Parlare non è un atto cognitivo, è uno sradicamento reale.
Un soggetto non cessa di essere tale anche se il suo corpo è handicappato, ma tale handicap produce una condizione soggettiva di piantato in asso ovvero un'impossibilità di affettivo appello all'altro e che può condurre al rigetto dell'altro.
Per Lefort il bambino, soprattutto il bambino psicotico, non doveva essere approcciato soltanto a partire dall'immaginario, come invitavano a fare le tecniche di gioco, particolarmente diffuse. Lefort intendeva affrontarlo mediante l'annodamento particolare tra il simbolico e il reale.
La sua clinica era fondata sull'istituzione esplosa piuttosto che mettere l'accetto sull'istituzione come garante dell'innesto di un ordine simbolico con le sue regole e le sue regolarità il suo richiamo alla legge si trattava di affidarsi all'evento imprevisto, contingente e fuori norma. Invece di offrire la permanenza il quadro dell'istituzione offre fin da subito su uno sfondo di permanenza delle aperture all'esterno.
L'utilizzo del significante da solo è il filo rosso che attraversa i lavori dei Lefort. Lacan oppone due teorie della nominazione. L'una consiste nel ridurre la nominazione a una designazione, essa resterà in seguito aperta ad una incertezza fondamentale su ciò che è stato nominato in questo atto.
L'altro approccio della nominazione mette in evidenza che il soggetto si nomina, si battezza, si auto-battezza, come sottolinea Lacan al fine di evidenziare la dimensione riflessiva di ciò che questo punto fa evento, atto. Egli opera con il suo tesso ritornello. Il ritornello come atto di parola non +è articolato allo scambio è effetto del ritornello primario sul corpo del soggetto. Si tratta della prima versione che diventerà S1, il significante da solo, staccato dall'articolazione con un altro significante S2, questo distacco, questo prendere in considerazione il significante isolato si oppone ai principi della linguistica di De Saussure che parte dalla relazione tra due significanti per definire il loro valore.
I metodi comportamentali, fondati sull'apprendimento ripetitivo di condotte predefinite, incarnano in particolare l'illusione costituita dal modello problema soluzione. Il carattere autoritario e riduttivo di questo approccio educativo è stato denunciato soprattutto dagli autistici ad alto funzionamento che manifestano la loro ostilità verso l'industria ABA-autismo. [La battaglia dell'Autismo, Eric Laurent]



venerdì 20 dicembre 2013

Un pizzico di magia

Le tre piume

Grullo si addentra nelle tenebre della terra attraverso una botola, questo rappresenta una discesa agli inferi. Grullo intraprende questo viaggio nell'interiorità mentre i suoi due fratelli vagano alla superficie. Non sembra azzardato interpretarlo come la storia di Grullo che si accinge ad esplorare la sua mente inconscia. L'inconscio ci parla per immagini piuttosto che a parole, ed è semplice che questo venga confrontato con le produzioni dell'intelletto. Ciò che trova all'interno è un animale che permette a Grullo di avere la meglio, grazie al sul suo affidarsi alla natura animale, alle semplici e primitive forze all'interno di noi. Come è consueto in queste storie gli altri fratelli non sono minimamente differenziati. La loro mancanza di differenziazione è essenziale perché simboleggia il fatto che le loro personalità sono indifferenziate. I fratelli agiscono basandosi solo su un Io molto svuotato, giacché è separato dalla fonte potenziale della sua forza e ricchezza, L'Es. Ma essi sono anche privi di Super-Io; non hanno il minimo senso delle cose più elevate, e si accontentano d'imboccare la via facile
I due fratelli che vagarono alla superficie trovarono solo cose grossolane nonostante tutta la loro presunta intelligenza: ciò suggerisce le limitazioni di un intelletto che non si basi sui poteri dell'inconscio ivi inclusi sia L'Es che il Super-io e non ne sia sostenuto.
Il tappeto, come l'anello, portati a casa da Grullo non sono oggetti ordinari ma capolavori eccezionali. L'inconscio è la fonte dell'arte, la sorgente da cui essa scaturisce, che sono le idee del Super io a plasmarla, e sono le forze dell'io che interpretano le idee inconsce e conosce che entrano nella creazione di un opera d'arte. Così in un certo senso, questi oggetti artistici significano l'integrazione della personalità. Nessun bambino che rifletta sulla storia può fare a meno di chiedersi perché i fratelli dopo la prima prova fallita non si impegnarono di più la seconda e la terza volta. Ma ben presto il bambino si rende conto che anche questi fratelli, per quanto intelligenti, non erano capaci di trarre ammaestramento dall'esperienza. Separati dal loro inconscio non erano in grado di evolversi.
Nella fiaba sono necessarie diverse prove. Familiarizzarsi con l'inconscio, ciò con le forze oscure all'interno di noi sotto la superficie è necessario ma non sufficiente. Bisogna aggiungervi l'azione fondata su tali intuizioni, noi dobbiamo affinare e sublimare il contenuto dell'inconscio. E' per questo che, la terza e ultima volta, lo stesso Grullo deve scegliere uno dei piccoli rospi che sotto le sue mani si trasforma in una splendida ragazza. E' in ultima analisi l'amore che trasforma anche le cose più brutte in qualcosa di meraviglioso. Siamo soltanto noi stessi che possiamo tramutare il primordiale rozzo e più mediocre contenuto del nostro inconscio – rape, topi, rospi, nei più raffinati prodotti della nostra mente.
Infine la fiaba suggerisce che limitarsi a ripetere le stesse cose con qualche variazione non + sufficiente. La capacità di saltare attraverso il cerchio è una questione di talento: dipende da una dote personale e si differenzia da quello che un individuo può trovare con un'attiva ricerca. Limitarsi a sviluppare la propria personalità in tuttala usa ricchezza, o rendere le fonti vitali dell'inconscio accessibili all'io non sufficiente, bisogna anche essere capaci di servirsi della propria abilità in modo accorto.

Le ultimissime parole della fiaba contrappongono la saggezza con cui Grullo regna all'intelligenza dei due fratelli con cui si apri la storia. L'intelligenza può essere un dono di natura; è intelletto indipendentemente dal carattere. La saggezza è la conseguenza della profondità interiore, di esperienze pregnanti che hanno arricchito la vita della persona: un riflesso di personalità ricca e bene integrata. [Il mondo incantato, Bruno Bettelheim]

martedì 17 dicembre 2013

La fiaba dell'Io, l'Es e del Super-Io

L'attribuzione ai processi interiori di nomi distinti - Es, Io e Super-io - fece di loro delle entità, ciascuna con le proprie particolarità. Quando consideriamo le connotazioni emotive che questi astratti termini di psicanalisi hanno per la maggior parte delle persone che li usano, cominciamo a vedere che queste astrazioni non sono poi così diverse dalle personificazioni della fiaba.  Lo stesso Freud non trovò un modo migliore per aiutare a dare un senso all'incredibile mescolanza di contraddizioni che coesistono nella nostra mente di quello di creare dei simboli per aspetti isolati della personalità. Li chiamo Es, io e Super-io. Se anche noi, come adulti dobbiamo far ricorso alla creazione di entità distinte per dare un certo ordine razionale al caos delle nostre esperienze interiori, a maggior ragione devono farlo i bambini. Oggigiorno noi adulti ci serviamo di questi concetti per separare fra loro le nostre esperienze interiori e per affermare meglio il loro significato e le loro implicazioni. Purtroppo così facendo abbiamo perso qualcosa che è implicito nelle fiabe: la percezione che queste esteriorizzazioni sono fittizie, utili soltanto per l'individuazione e la comprensione di processi mentali. [Il mondo incantato, Bruno Bettelheim]

sabato 14 dicembre 2013

Grammatica della fantasia

Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari. Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia. Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.
Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie o di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare costruire e distruggere. Rodari G., “Grammatica della fantasia”

martedì 3 settembre 2013

Costruzioni in analisi

Come è noto, l’intento del lavoro analitico è di portare il paziente a togliere [aufheben] le rimozioni – intese nel senso più ampio relative al suo sviluppo primario, per surrogarle con reazioni che dovrebbero corrispondere a uno stato di maturità psichica. A tale scopo il paziente deve ricordarsi determinate esperienze, per il momento dimenticate, e i moti affettivi da loro suscitati. Quali materiali ci mette a disposizione, utilizzando i quali, possiamo condurlo sulla via del recupero dei ricordi perduti? Diverse cose: frammenti di tali ricordi nei sogni, in sé di incomparabile valore, ma tuttavia di regola fortemente distorti attraverso tutti i fattori che partecipano alla formazione del sogno; idee improvvise, prodotte abbandonandosi alla «libera associazione», dove possiamo rinvenire allusioni alle esperienze rimosse, così come i derivati dagli impulsi affettivi repressi e delle reazioni contro di essi; infine, indizi (Andeutungen) di ripetizioni di affetti appartenenti al rimosso in azioni importanti o di scarso rilievo, interne o esterne alla situazione analitica. Noi abbiamo sperimentato che la relazione di transfert che si stabilisce verso l'analista è particolarmente adatta a favorire il ritorno di tali rapporti affettivi. L'analista non ha sperimentato né rimosso nulla di quanto è qui in questione. Il suo compito non può essere di ricordare qualcosa. Qual è dunque il suo compito? Egli deve indovinare ciò che è stato dimenticato dalle tracce che ha lasciato dietro di sé, o, più correttamente, deve costruirlo. Come,quando e in quale maniera egli partecipa la sua costruzione all'analizzante, stabilisce di fatto il legame tra le due parti del lavoro analitico, tra la sua parte e quella dell'analizzante. L'analista termina un pezzo di costruzione, lo comunica all'analizzante in modo che agisca su di lui. Poi, a partire dal materiale nuovamente affluito, ne costruisce un altro, quindi procede allo stesso modo nello scambio [Abwechslung] sino alla fine. Se nelle presentazioni [Darstellungen] della tecnica analitica si sente parlare poco di “costruzioni”, la ragione è che al loro posto si parla di “interpretazioni” [Deutungen, più propriamente: “spiegazioni”] e dei loro effetti. Ma ritengo che “costruzione” sia la definizione più appropriata. Interpretazione si riferisce a ciò che ci proponiamo di fare con un singolo elemento del materiale, un'idea venuta in mente, un atto mancato. È, invece, costruzione presentare all'analizzante una parte dimenticata della sua preistoria press’a poco così: «Fino all’ennesimo anno lei si è comportato come l'unico e incontrastato possessore di sua madre; poi è venuto un secondo bambino e con lui una grave disillusione. Sua madre l'ha abbandonata per un po', e in seguito non si è più dedicata esclusivamente a Lei. I suoi sentimenti nei confronti della madre sono diventati ambivalenti e suo padre ha acquisito per Lei un nuovo significato (Bedeutung)» e così via.
In questo saggio tutta la nostra attenzione è rivolta esclusivamente al lavoro preliminare di costruzione.
E qui immediatamente sorge il problema di quali garanzie abbiamo, lavorando a queste costruzioni, che non stiamo sbagliando e che non ci stiamo giocando il successo del trattamento attraverso la presentazione di una costruzione errata. Dobbiamo prestare orecchio a una confortante notizia proveniente dall'esperienza analitica. Essa ci insegna infatti che non deriva alcun danno se una volta ci sbagliamo e se abbiamo esposto al paziente una costruzione errata come probabile verità storica. Ciò significa, naturalmente, una perdita di tempo, e chi sa di raccontare al paziente sempre soltanto combinazioni sbagliate non gli far"à certo una buona impressione e ciò non lo porterà molto lontano nel suo trattamento, ma un unico errore di questo tipo è innocuo. In questi casi capita per lo più che il paziente, rimane come se non fosse nemmeno toccato dalla costruzione e non reagisce a questo né con il si né con il no. Questo può forse essere soltanto un differimento della sua reazione; ma se le cose rimangono così, dobbiamo concludere che ci siamo sbagliati e lo riconosceremo con il paziente all'occasione più opportuna, senza per questo perdere la nostra autorità. È vero che
noi non accettiamo un «no» dell'analizzante come assolutamente valido, ma allo stesso modo valutiamo anche il suo «sì». È assolutamente fuori luogo scusarci perché in ogni caso interpretiamo (umdeuten) la sua manifestazione come conferma. In realtà, non è cosí semplice e non ci rendiamo cosí facile decidere.
Risulta, dunque, che le manifestazioni dirette del paziente, successive alla comunicazione della costruzione, non stanno né pro né contro la possibilità che abbiamo indovinato oppure no. Tanto più interessante è, allora, l’esistenza di forme indirette di conferma assolutamente attendibili. Una di queste è una forma discorsiva che, con parole poco diverse, ci capita di sentire spesso dalle persone più disparate, e che suona cosí: «Non l’ho mai (non l'avrei mai) pensato». Affermazione che può essere tradotta senza esitazioni in: «Sì, in questo caso, Lei ha colto giustamente l'inconscio».
La conferma indiretta attraverso associazioni che si adattano al contenuto della costruzione, portando con sé un simile anche, fornisce a nostro giudizio una base valida per prognosticare se la costruzione sarà confermata nel corso dell’analisi. Particolarmente significativo è anche il caso in cui la conferma si insinua nella contraddizione diretta con l’aiuto di un atto mancato. Se la costruzione è falsa, nel paziente non cambia nulla; se è giusta o porta ad approssimarsi alla verità, il paziente reagisce con peggioramento inequivocabile dei sintomi e delle condizioni generali.
Voglio concludere questa breve comunicazione con alcune osservazioni che aprono una prospettiva più ampia. In alcune analisi mi è capitato che la comunicazione di una costruzione chiaramente appropriata evidenziasse negli analizzanti un fenomeno sorprendente e da principio incomprensibile. Si presentavano loro vividi ricordi, da loro stessi designati come «sovrasignifìcanti», senza tuttavia ricordare nulla dell'avvenimento, che costituiva il contenuto della costruzione, ma solo dettagli molto vicini a questo stesso contenuto, per esempio, con straordinaria chiarezza i visi delle persone ivi nominate o gli ambienti in cui qualcosa di simile poteva essere accaduto, o, un poco oltre nella costruzione, le suppellettili di questi ambienti, di cui naturalmente la costruzione non poteva essere stata a conoscenza. Ciò avveniva anche nei sogni immediatamente dopo la comunicazione della costruzione e nello stato di veglia nei sogni a occhi aperti (in phantasieartigen Zustände). A questi ricordi non si connetteva nient’altro. Andavano presi ovviamente come il prodotto di un compromesso. La spinta del rimosso, attivata dalla comunicazione della costruzione, avrebbe voluto portare alla coscienza quelle tracce mnestiche così significative, ma la resistenza era riuscita, non tanto ad arrestare il movimento, quanto a spostarlo su oggetti vicini ma secondari. [Costruzioni in analisi, Freud 1937]